Attualità

La banalizzazione del Male

La tragedia umana che si sta consumando sulle nostre spiagge e la brutale strage di civili che sta compiendo l’Isis sono questioni di primaria importanza che non ci è più consentito ignorare. È necessario liberarsi dalla sicurezza dell’indifferenza, fin da subito, perché troppi innocenti stanno morendo ogni giorno senza motivo.
Sono passati cinque anni da quando si è scatenata la guerra civile in Siria, cinque anni di estrema sofferenza per tutte le persone colpite. La guerra civile è cominciata quando Bashir Al Assad è salito alla guida del governo siriano, diventando dittatore, negando i diritti civili e lottando contro le minoranze (curdi, afghani etc) ritenute inferiori: a quel punto una parte del popolo è entrata a far parte dell’esercito e si è schierata con Assad, un’altra parte ha resistito e si è ribellata, dando il via alla guerra. La storia della Siria è millenaria e molto affascinante, caratterizzata fin dall’antichità da un’importante promiscuità etnica. Oggi numerose zone e centri nevralgici della Siria sono occupati dall’Isis, uno Stato islamico non riconosciuto che vive di violenza, promuove l’ignoranza ed è mandante di morte. Queste zone sono state barbaramente devastate dall’Isis, che vuole cancellare il passato e la storia di tutto ciò che non corrisponde agli inconcepibili ideali che tenta di trasmettere. Ciò che più lascia basiti e sgomenti è che i soldati dell’Isis non sono mostri disumani che si nascondono nell’ombra, ma persone comuni plagiate ed abilmente soggiogate per obbedire e compiere azioni atroci ed incomprensibili. Riguardo all’atto criminale più tragico e disumano del XX secolo, la Shoah, la filosofa tedesca ed ebrea Hannah Arendt nella sua opera “La banalità del male” scriveva che “le azioni erano mostruose, ma chi le fece era pressoché normale, né demoniaco né mostruoso”. Erano dunque uomini comuni, banali, persino insignificanti, di quelli che non noti ma che, ad un certo punto, si fanno notare, con gesti ed azioni eclatanti e brutali. La situazione che stiamo vivendo adesso è tanto differente? Il pretesto sicuramente è cambiato, non sono più gli ebrei, gli omosessuali e gli zingari ad essere perseguitati, bensì tutti coloro che non professano la religione musulmana e non condividono le folli convinzioni promosse dall’Isis. La religione, comunque, ha ben poco a che fare con le azioni di odio e crudeltà compiute dallo Stato islamico.
Ma se, come suggeriva la Arendt, il male è banale in quanto compiuto da persone identiche a noi, cittadini e fratelli, noi stessi cosa rappresentiamo? Cosa facciamo effettivamente noi, nel nostro piccolo, per bloccare quel male che ci circonda e che, seppur banale nella sulla idealità, provoca tanta distruzione e morte? La verità è che noi lo ignoriamo, illudendoci forse che esso possa scomparire se continuiamo, ostinati, a fingere di non vederlo. Il problema, però, è che ignorando tutto il male che tenta di sopraffarci, banalizziamo il dolore di tutte quelle persone che sono obbligate a subirlo quotidianamente. Banalizziamo quel male credendo che non ci riguardi poiché non sono le nostre mani a sporcarsi di sangue, non sono i nostri figli, parenti e amici ad essere braccati, non è la nostra vita ad essere a rischio. Il male reale è l’indifferenza: è la mancanza di empatia verso un popolo costretto ad abbandonare la propria casa e la propria famiglia per tentare di salvarsi dalla morte, è voltare il viso al dolore e alla disperazione di quegli uomini, di quelle donne e di quei bambini che fuggono dalla guerra e dalla sofferenza. Ma se l’oggetto del male è l’indifferenza, qual è il soggetto? Qual è il tramite attraverso cui quell’indifferenza si espande, sopprimendo il nostro raziocinio e la nostra umanità? Il veicolo di trasmissione di questo male siamo noi, persone normali che però rimangono indifferenti di fronte a tutta la sofferenza di questi stranieri, di questi immigrati, di questi esseri umani. Sarà che la violenza ormai non ci scandalizza più, ma come possiamo rimanere impassibili ed indifferenti quando osserviamo le immagini di un bambino curdo di quattro anni steso senza vita su una spiaggia macchiata dalle suppliche senza risposta di un popolo disperato in cerca d’aiuto?
Il motivo per cui la violenza non ci sconvolge più non dipende dal fatto che ci siamo abituati alle immagini trasmesse dai media, ma poiché la viviamo come se fosse un film, un videogioco, qualcosa di irreale che non sta accadendo realmente dato che non la viviamo nel nostro quotidiano e non ci tocca personalmente. È come se fossimo anestetizzati, è come se ci fosse permesso di comprendere ma non di agire.
Sarà con questa apatia e rassegnazione che, tra cinquant’anni, ci ritroveremo in una sala conferenze a commemorare un nuovo Giorno della Memoria, uno in cui si ricorderanno le vittime che l’Isis sta sacrificando per una causa insensata, i profughi fuggiti alla morte e quelli deceduti sulle nostre spiagge, i migliaia di defunti annegati in mare. E allora sarà facile abbassare lo sguardo e restare un minuto in silenzio, più complicato sarà convivere con la consapevolezza di non aver fatto nulla per aiutarli, oggi.

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