Attualità

Nessuna bandiera

Osservo la pagina bianca davanti a me, pronta a scrivere qualche parola che spero possa darmi conforto, ma ciò che vedo non è il candore del foglio bensì le immagini della folla che scappa dall’aeroporto di Bruxelles, registrata con un telefonino da qualcuno che si trovava nel parcheggio, pronto anch’egli alla partenza. Davanti ai miei occhi vedo, come se fossi lì anch’io, un uomo che corre veloce in mezzo alla strada, trascinandosi dietro di sé il proprio bagaglio e voltandosi continuamente come a volersi assicurare che nessuno lo stia braccando. E’ un’immagine forte che mi lascia sgomenta, impietrita. Vedo nel suo sguardo un terrore che è impossibile spiegare a parole, sento gli occhi inumidirsi e le lacrime cominciare a scendere sul mio viso. È inconcepibile scappare da un aeroporto, aver paura di andare ad un concerto, guardarsi intorno sospettosi andando a bere un caffè con un’amica al bar sotto casa. Lo scopo del terrorismo è proprio questo, instaurare la paura nei nostri cuori così da poter controllare le nostre menti. Mi piacerebbe avere la soluzione riguardo a cosa fare per bloccare la sua ascesa, ma a ventidue anni cosa ne posso sapere di odio e crudeltà? Io, che mi commuovo se un bimbo mi regala un disegno e piango ascoltando il telegiornale.
Sono convinta che la lotta al terrorismo non abbia nessuna bandiera poiché le riunisce tutte sotto uno stesso obiettivo, quello di fermare l’odio e la violenza. La bandiera di uno Stato riflette il suo spirito e i suoi valori: mi chiedo, allora, che colore avrebbe una bandiera che ci riunisca tutti sotto uno stesso ideale, una bandiera che sia portavoce di umanità e rispetto, libertà e giustizia, uguaglianza e compassione. La immagino come una bandiera colorata e vivace, a testimonianza del fatto che il mondo è vario e popolato da uomini e donne diversi tra loro, con gusti differenti e idee opposte, pronti però rimboccarsi le maniche in nome di un bisogno comune di pace e serenità. Tra tutte le bandiere possibili, però, ce n’è una che proprio non ammetto: quella bianca, la bandiera della resa. Perché arrendersi al terrorismo significherebbe negare la nostra umanità e la nostra libertà, e non esiste nulla di più sacro. “L’unica cosa necessaria per il trionfo del male è che le brave persone non facciano niente” scriveva Edmund Burke, filosofo irlandese. Sono consapevole che le battaglie non si vincono né con la penna né con la sola forza di volontà, ma cos’altro possiedo, io, se non la mia volontà di fare qualsiasi cosa possa aiutare queste persone a trovare anche solo il più piccolo sollievo? Se non scrivessi queste parole mi sentirei sconfitta, perché in qualche modo sarei complice della guerra silenziosa che l’indifferenza sta vincendo. Quell’indifferenza mi ferisce il cuore perché testimonia che viviamo in un mondo diffidente e arcigno, in un mondo che ha dimenticato i valori della compassione e dell’altruismo, del rispetto e dell’aiuto reciproco. Mi sento tradita ogni volta che, in un moto di ipocrita solidarietà, qualcuno mette la bandiera francese o belga come foto profilo su Facebook, ma poi commenta “chiudiamo le frontiere”. Cosa ne sanno, loro, del dolore di quei popoli che pregano di sfuggire alla morte? È così importante che preghino un Dio diverso da quello cristiano, se tutto ciò che chiedono è semplicemente di uscire vivi da questo incubo che sta devastando la loro Patria, la loro terra, le loro case, le loro famiglie?
La frase “al momento non risultato vittime italiane negli attentati” risuona con violenza nella mia mente caotica, anch’essa sotto attacco. Mi ritrovo a pensare, ingenuamente, che il mondo forse va a rotoli perché ci ostiniamo a specificare le apparenze (territoriali, linguistiche, culturali, religiose etc.), perché ci convinciamo che tracciare confini sia il modo migliore per proteggerci, perché ci nascondiamo dietro l’idea che il vicino di casa è sempre nostro amico ed alleato, mentre lo straniero è solo un nemico pronto a toglierci la vita senza alcun ripensamento. Dacia Maraini scriveva: «dopo millenni di odi e di guerre perlomeno dovremmo avere imparato questo: che il dolore non ha bandiera.» Il dolore di uno Stato in lutto va al di là di tutto questo, lo dimostra proprio il fatto che, sui social, dopo ogni attacco, all’improvviso vengono postate le bandiere della nazione colpita, come a voler dire “siamo tutti un po’ belgi oggi”. Perché il cuore non è italiano, francese o belga, non si ferma alla frontiera né parla una sola lingua: il cuore riflette la nostra essenza e la nostra sostanza, riflette la nostra natura di esseri umani. E l’umanità non si ferma a mostrare un passaporto, non prende posizione, a meno che non sia in favore dell’uguaglianza e della giustizia, non crede nell’indifferenza, non pensa alle implicazioni politiche di un suo coinvolgimento, non usa Google Translate per tradurre un messaggio di solidarietà e pace; l’umanità semplicemente allunga la mano a stringere quella del fratello ferito e piange insieme a lui. Dovremmo allora ricordare questo senso di fratellanza che ci unisce, dovremmo stringerci la mano sempre, non solo quando accadono queste stragi spietate.
Se immagino una bandiera universale, ci vedo le stelle. Numerose e brillanti, che brillano di luce propria e ci indicano la strada da seguire per non perderci nell’oscurità. Mi piacerebbe vivere in un mondo dove la giustizia regna sovrana, dove il pregiudizio, l’odio e la crudeltà sono parole senza significato poiché nessun uomo le ha più incontrate da tanto tempo. Forse cadrò nel banale a citare John Lennon, ma non sarebbe stupendo immaginare che “non ci siano paesi, niente per cui uccidere e morire”? Immaginare che tutti vivano la loro vita in pace mi tranquillizza per qualche momento, ma poi chiudo gli occhi e le immagini di quell’uomo terrorizzato che scappa dall’aeroporto di Bruxelles mi tornano alla mente. La pace è davvero così utopistica, per il genere umano?

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