Le loro voci

Senza nome

 

Senza nome

Basheera ha cinque anni, abita a Damasco. Non ha ancora capito la differenza tra il bene e il male, non è in grado di comprendere cosa sta accadendo attorno a lei. La sua quotidianità è fatta di macerie, polvere ed urla. Basheera vive nella “zona vecchia” della città, quella in cui la vita si è fermata, quella dove il terrore ha preteso il sangue innocente di tante, troppe persone. È una zona che ha ormai dimenticato la bellezza del mondo arabo, nemmeno gli arabi stessi di Damasco ricordano più il profumo di quell’incantevole storia. La madre di Basheera, invece, è convinta che quei tempi debbano essere conservati gelosamente nella memoria del mondo arabo, come si proteggerebbe un tesoro prezioso. La donna racconta spesso a Basheera antiche favole arabe (la sua preferita è I due fratelli, anche se sua sorella solitamente per addormentarsi ha bisogno di ascoltare Le Mille e una notte). Basheera, nonostante l’età, ha già potuto constatare la crudele differenza tra le favole e la realtà. Ma a Damasco esiste anche un’altra zona, la green zone, dove i giovani ballano, sono connessi al mondo e guardano i film di Tarantino al cinema. Basheera non c’è mai stata: non ha mai respirato l’aria pulita della green zone, non sa cosa voglia dire dormire in un letto ed avere degli amici. Basheera non andrà mai in quella zona, lei sta nel quartiere di Masaken Barzeh, e sta camminando per le vie affollate del mercato. E’ il 9 febbraio, quando quella mattina aveva aperto gli occhi le era sembrata una bella giornata, tutto le era apparso tranquillo. Ma quando mai si è tranquilli, in quell’inferno siriano? Basheera si guarda attorno con sguardo spaurito, cercando la madre tra la folla. Un’autobomba è appena esplosa a pochi metri da loro, l’orecchio le fischia e il suo sguardo vaga, evitando di soffermarsi sui corpi mutilati e sulle pozze di sangue. E poi eccola. Sua madre è stesa proprio di fronte a lei, una grande lacerazione nel petto. Basheera si avvicina, accovacciandosi vicino a lei. « الوالده ?» chiama. Ma la donna non risponde, non può. Una scheggia l’ha trapassata da parte a parte, è morta quasi all’istante. Basheera non capisce, prova a scuoterla e ripete la domanda: «mamma?» In quel preciso momento un ragazzino, sugli otto o nove anni, la strattona con forza per la sua maglietta sporca, trascinandola dietro un grande muro trivellato dai proiettili. Basheera indossa tutti i giorni quella maglietta dei The Beatles, enorme per la sua piccola taglia. È l’unica maglia che possiede. Gliel’ha regalata qualche mese prima Amjad, il ragazzino che l’ha appena portata via da quell’orrore, e a lui l’aveva regalata un reporter europeo. Amjad è il fratello di Basheera, ha tre anni in più rispetto a lei. «Vieni via» le dice all’orecchio, asciugando le sue lacrime con calma e pazienza. Basheera non si era nemmeno resa conto di star piangendo. Velocemente, cercando di sfuggire ai militanti e ai giornalisti che, frettolosamente, si stanno avviando verso il mercato, chi con i fucili, chi con la Canon, Amjad e Basheera corrono verso quella che loro chiamano casa. Guardando suo fratello, Basheera si chiede se anche lui piangerà la morte della mamma.

Il giorno dopo Amjad esce di casa, attraversando quel che rimane della città, per portare a Basheera e alla sorella più piccola, Safiya, qualcosa da mangiare. Damasco non dorme e non piange i propri lutti, Damasco non ha tempo di pensare a nulla se non sopravvivere un altro giorno alla guerra. Amjad sa cosa si prova ad avere lo stomaco vuoto e la paura di morire nel cuore, è per questo che vuole evitare che le sorelle soffrano la fame. Riguardo alla paura, purtroppo, non può fare nulla. A volte Amjad si arrampica a tentoni tra le macerie ammassate disordinatamente lì dove una volta sorgeva la casa di Nadeem,un caro amico della famiglia, morto da quasi un anno a causa dello scoppio di una bomba, e si accuccia verso il lato più lontano dalla strada, rimanendo lì, per ore, a fissare il cielo rosso e ad ascoltare il rumore delle mitragliatrici e delle urla. Quando è lassù, finge di trovarsi ad una festa. Paolo, il reporter italiano che gli ha regalato la maglietta dei The Beatles, gli ha raccontato come funzionano le feste là in Italia. Gli ha detto che le persone urlano per chiamarsi tra loro, per farsi passare un drink da un barista un po’ sordo, per prenotare un taxi o per scherzare. Gli italiani non urlano per attirare l’attenzione dei militanti e salvare così la vita di una giovane donna accerchiata, non urlano per sovrastare i pianti disperati di un bambino orrendamente sfigurato, non urlano per alleggerire il loro cuore oppresso e sanguinante. Amjad quand’è su quel tetto diroccato immagina di essere ad una festa e finge di divertirsi. Quando però il cielo si ricopre di schegge Amjad urla a pieni polmoni, perché lì, in realtà, non si vede nessuna festa da molto tempo.

Dopo essere riuscito a recuperare tre pezzi di pita, Amjad si avvia verso casa, voltandosi più volte per assicurarsi che nessuno lo stia seguendo. Poco prima di voltare l’angolo che lo potrebbe nella piazza della moschea, però, sente degli spari, poi un urlo straziante. Si blocca immediatamente, paralizzato. «Cosa? » sussurra incredulo Amjad, azzardandosi a osservare la scena dall’altra parte del muro. Ciò che vede lo spiazza, destabilizzandolo. Una donna giace senza vita sul terreno, a pochi passi dalla moschea, accanto a lei c’è un uomo ferito dalla lama di un coltello. Amjad ha solo otto anni, ma sente montare una rabbia indicibile dentro di sé. Come osano quei soldati offendere Allah portando la morte e la crudeltà in quel luogo sacro? Come si permettono di usare le parole del Profeta per spargere odio e violenza nel mondo? Vorrebbe scappare via, ma sente che non può. Non può perché sarebbe come voltare le spalle a tutto ciò che sua mamma gli ha sempre insegnato. Amjad ricorda le lunghe chiacchierate a notte fonda, erano gli unici momenti in cui il bambino poteva lasciarsi andare, affidando le sue preoccupazioni, paure e responsabilità a quella donna che, Amjad ne è certo, lo aveva amato con tutta sé stessa. Lui ricorda tutto ciò che la madre gli ha detto, non potrebbe mai dimenticare, ma una frase in particolare gli è rimasta impressa. “Bambino mio, il male esiste e non possiamo cancellarlo dal mondo” gli diceva la donna, dolcemente, “ma non è importante se il male esiste o no. L’importante è che esistano le brave persone e le brave persone esistono, Amjad! Esistono!”
Come potrebbe Amjad scappare via e voltare le spalle al male che sta accadendo proprio accanto a lui? Amjad ha sempre pensato di essere un bravo bambino, un bravo uomo. Come potrebbe, quindi, fuggire via?
Spaventato ma risoluto, appoggia la guancia contro il muro freddo. Osserva il soldato di Assad buttare a terra il fucile, un ghigno strafottente sul volto. «Schifoso palestinese» dice con disprezzo, sputando per terra come per marcare il suo disgusto. Poi Amjad può solo sentire le urla dell’uomo, brutalmente picchiato. Non può vedere, Amjad, perché d’istinto ha chiuso gli occhi per proteggersi da quell’orrore. Non riesce più a sopportare quella situazione. Davanti agli occhi rivede la madre, uccisa senza pietà in quel mercato; vede sua sorella Basheera scappare terrorizzata per le strade di Damasco, pregando di non essere braccata; ripensa alle urla e ai pianti notturni di Safiya, quando lui è costretto a rassicurarla, promettendo che nessuno vuole farle del male. Amjad non sopporta più quella vita, le sorelle meritano in futuro migliore di quello che Damasco può offrire loro. Ed è così che Amjad reagisce. Con una forza morale e un coraggio che non sapeva nemmeno di avere, esce dal suo nascondiglio e corre incontro ai due. Approfitta dalla sorpresa del soldato per afferrare il fucile lasciato incustodito tra la polvere e le macerie. Lo punta verso l’oppressore. Quello ride, divertito.
«Cosa credi di fare?»
Amjad deglutisce, tremando un po’. Cosa diavolo sto facendo?, si chiede.
«Resta lì» intima al soldato, mordendosi il labbro e indietreggiando.
L’uomo di Assad alza gli occhi al cielo ed esplode in una rumorosa risata. «Altrimenti?»
A quel punto l’uomo palestinese tossisce, sputando del sangue. Il soldato gli tira un calcio, schifato.
E Amjad spara.

«È-è morto?» domanda, lasciandosi cadere sulle ginocchia. Ora che non ha più l’adrenalina in corpo, è più terrorizzato che mai. La consapevolezza di ciò che ha fatto lo sovrasta con la sua agghiacciante presenza.
«Sì» risponde il palestinese, guardandolo con gli occhi sbarrati.
L’uomo, ventinove anni, palestinese, non può credere a ciò che ha visto. Quando si era svegliato quella mattina aveva messo in conto che la giornata sarebbe stata pesante, che sarebbe stato pericoloso avventurarsi per le strade di Damasco. Era consapevole che l’impresa per cui aveva lavorato duramente avrebbe richiesto molti sacrifici ma, in fondo, quali avventure non ne richiedono? Yaman, questo era il suo nome, non aveva molte pretese. Desiderava vivere felicemente in un paese libero dalla guerra e dal dolore, voleva creare una famiglia con la sua bella Sanaa e, magari, aprire un piccolo locale sulla spiaggia in cui vendere le sue pietanze. Yaman amava cucinare, lo rilassata. Ma più di tutto, amava la sua dolce Sanaa. Sanaa in arabo significa “splendore,fulgore”. Yaman si era spesso chiesto come potesse, un nome, rappresentare così bene l’essenza di una persona. L’aveva incontrata per la prima volta in una stradina poco affollata, dopo aver assistito ad una manifestazione di Hamas. L’aveva amata fin dal primo momento, rimanendone folgorato (e dando così inconsapevolmente credito al suo nome). Dopo aver incontrato il padre, chiedendo il permesso alle nozze e pagando un’adeguata dote, Sanaa era diventata sua moglie. Si erano amati tanto e profondamente, Yaman si era sempre premurato di offrirle tutto ciò che la donna necessitava. Tutto ciò che lui desiderava, era la felicità di lei. Sicuramente era questo il motivo che l’aveva spinto a volerla portar via da quel luogo di dolore per tentare il viaggio per la salvezza verso le coste della Grecia. Yaman aveva lavorato a lungo, duramente, per racimolare i soldi necessari. Alla fine gli avevano detto che avrebbe dovuto recarsi a Damasco: da lì li avrebbero portati in Turchia per imbarcarsi e, infine, la terra tanto sognata: Kos, un’isola della Grecia.
Ma ora a Yaman cosa rimane? Sua moglie è appena stata assassinata e con lei la piccola vita che portava in grembo. Non ha più niente per cui lottare, nulla per cui valga la pena vivere. Alza lo sguardo e osserva quel bambino tanto coraggioso da schierarsi contro un soldato per difenderlo. Lui, un perfetto sconosciuto. Quel bambino gli ha appena salvato la vita, tutto ciò che Yaman può fare è concedergli la possibilità di salvarsi allo stesso modo.
«Come ti chiami?» chiede curioso, con fretta. La ferita alla gamba, inferta dal soldato di Assad con un coltello, lo porterà sicuramente alla morte: Yaman lo sa. In realtà, neanche gli importa. A che scopo vivere senza la sua bella Sanaa?
«Amjad» risponde il piccolo, ancora sopraffatto dalle emozioni violente dovute a ciò che è appena successo.
«Amjad» ripete Yaman, socchiudendo appena gli occhi, «se potessi andartene da questo posto lo faresti?»
«Sì»
Nessuna esitazione, nessun tentennamento. Il palestinese sorride.
«Hai famiglia?»
«Due sorelle»
Ah, questo sarà un problema: Yaman possiede i soldi necessari a due biglietti solamente.
«Se potessi salvare la vita delle tue sorelle o solo la tua, chi salveresti?»
Nuovamente, Amjad risponde senza esitare: «le mie sorelle».
L’uomo sospira piano, cercando di mantenere la lucidità necessaria per dare ad Amjad tutte le informazioni di cui necessita, tutto ciò che desidera. Tossisce, consapevole che ormai manca poco alla sua dipartita.
«Amjad» scandisce piano l’uomo, dolorante e affaticato, «nella tasca destra dei miei pantaloni ci sono dei soldi. Tanti.»
Il bambino sussulta, sorpreso. Rimane in silenzio, studiando attentamente l’uomo.
«Io e mia moglie » Yaman indica brevemente il cadavere accanto a lui, senza guardarlo, «siamo venuti qui a Damasco perché volevamo scappare verso la Grecia».
«Come?»
«Conosci la Grecia?»
Amjad scuote la testa. Non conosce nulla, all’infuori di Damasco.
«La Grecia è un Paese, sta in Europa»
«Come l’Italia?»
«Sì, esattamente, come l’Italia»
Amjad ci pensa un po’ su. «Tu e lei volevate andare in Europa?»
«Proprio così»
«E quindi?»
Yaman chiude gli occhi, permettendosi di piangere qualche lacrima. «Senza di lei non c’è nulla, per me, laggiù»
Amjad rimane in silenzio.
«Se vuoi salvare la vita alle tue sorelle, prendi i soldi nella mia tasca.»
Il bambino si avvicina, per nulla intimorito, fruga nei pantaloni dell’uomo e ne tira fuori un gran numero di banconote. Amjad non ha mai visto così tanti soldi tutti assieme.
«C’è un uomo, si chiama Rashad» continua a fatica il palestinese, stringendo i denti e tamponando come può la profonda ferita sulla gamba. Amjad ha solo otto anni, ma sa che il coltello ha reciso l’arteria e, quindi, l’uomo non ha alcuna speranza. «Lo troverai al mercato di Al-Hamadiyya, digli che ti manda Yaman».
Amjad strabuzza gli occhi, incredulo. «Il mercato?» chiede.
«Sì» risponde il palestinese, «dovrete fare attenzione, ma è lì che dovete andare».
«E poi le mie sorelle come ci arriveranno in Grecia?»
L’uomo ride, storcendo poi il viso in una smorfia sofferente. «Prima andranno in Turchia, è da lì che i barconi partono per Kos».
«Kos?»
«Kos. Sta in Grecia»
Amjad rimane in silenzio per una manciata di secondi. «Lì saranno salve?»
«Sì»
Ad Amjad non serve sapere altro.
«Grazie» mormora emozionato, dando un’ultima pacca sulla spalla dell’uomo, proprio un istante prima che il cuore l’uomo smetta di battere. Amjad rimane lì a fissarlo qualche istante, poi guarda il fucile ancora stretto tra le sue mani e il militante che ha appena ucciso. Pensa che senza saperlo, per salvare la vita alle sorelle, è appena diventato un assassino.

Amjad osserva le sorelle allontanarsi, scortate da Rashad. Sa che questa è l’ultima immagine che avrà di loro, sa che non le rivedrà mai più. L’addio era stato difficile e doloroso per tutti e tre, l’abbraccio che li aveva uniti era stato straziante e senza parole. Se Amjad dovesse scegliere il ricordo peggiore della sua vita sceglierebbe quello. Nemmeno la morte di sua madre e il suo primo omicidio hanno provocato un così lacerante dolore nel suo cuore.
L’unico desiderio di Amjad è quello di permettere alle sorelle di vivere una vita felice, lontane da quell’orrore. Se potesse sacrificare sé stesso subito, per salvare le sorelle, lo farebbe. Senza esitare. Perché Amjad è fatto così, è un bambino generoso che dall’aridità del mondo ha saputo trarne qualcosa di buono.

Basheera era su uno di quei barconi persi alla deriva nell’oscurità del Mediterraneo. Non è riuscita a salvarsi. Basheera, per il mondo, è solo l’ennesima vittima senza nome di una tragedia consumata nel silenzio e nell’indifferenza. Quando Basheera è morta nell’acqua gelata a cinque chilometri dalle coste della Grecia era una notte di marzo, i fiori sbocciavano sugli alberi, perché ormai la primavera era arrivata. Basheera non vide mai quei fiori. Non vide più nulla.
Safiya, al contrario, era sopravvissuta alle acque ostili del Mediterraneo. Quando l’avevano tirata fuori dal barcone, ormai mezzo affondato, era disidratata e rischiava l’ipotermia, ma era viva. Era stata portata in un piccolo ospedale di Kos, l’isola che il fratello pregava potesse essere la loro salvezza. Era stata curata, lavata e poi mandata in uno di quei centri per profughi improvvisati per far fronte all’ondata di immigrati che cercavano di scappare alla guerra. Era morta qualche mese dopo, a causa di un batterio che le aveva compromesso il sistema nervoso.
Amjad invece è ancora lì, nella vecchia Damasco, seduto sul tetto diroccato della casa di Nadeem. Sotto di lui, tre militanti sparano ad un vecchio, urlando “Allah è grande!” Ma Amjad non vede nulla, non sente nulla. Amjad, su quel tetto, sta immaginando la vita delle sue sorelle in Grecia. Gli sembra quasi di vedere Basheera, proprio davanti a lui, illuminata dal sole e non dagli squarci arancioni delle bombe che illuminano il cielo. Amjad spera con tutto sé stesso che Basheera sia stata accolta sulla spiaggia greca che l’ha incontrata per la prima volta e prega che possa trovare un bravo uomo musulmano con cui costruire la propria famiglia ed essere felice. Safiya l’aiuterà nelle faccende di casa e, quando anche lei sarà in età da marito, troverà il proprio angolo di felicità. Se chiude gli occhi, Amjad riesce a vederle sorridere. Safiya lo saluta agitando una mano, mentre Basheera lo guarda in silenzio, minando un silenzioso “grazie” con le labbra e sorridendo con tutta sé stessa. Il sorriso di Basheera, per Amjad, è sempre stato il più bello di tutti.

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