Elena

Colloquio di lavoro

Controllo ossessivamente l’orologio ogni due minuti, addentando una fetta di pane tostato su cui ho spalmato un po’ di marmellata. E’ come se le lancette di quel vecchio orologio appeso al muro mi stessero sfidando, ricordandomi che il tempo passa ed io rimango ferma nella mia patetica situazione. Sposto lo sguardo, corrugando la fronte. Perché mai dovrei farmi condizionare da un orologio? Torno a guardare lo schermo del computer, raddrizzando le spalle come per darmi un contegno. “Le domande più frequenti nei colloqui di selezione”, leggo a grandi caratteri sulla pagina web aperta. Sospiro. Quando mi hanno chiamata per fissare il colloquio non potevo crederci, ero convinta di aver fatto un mezzo disastro durante la telefonata precedente. Vi racconto: qualche settimana fa mia mamma ha trovato l’annuncio per un posto di lavoro che, incredibilmente, rispondeva ai miei bisogni e alle mie necessità (con la mia patologia le possibilità lavorative si riducono drasticamente). Ho immediatamente preparato un curriculum, adattandolo all’azienda a cui andavo a presentarmi. Dopo averlo analizzato, controllato, revisionato, spedito a mamma per un controllo, corretto nuovamente e pregato affinché andasse bene, finalmente l’ho inviato. E qui, il primo tragico errore: il cellulare, piccolo infame, ha mandato l’email con la lettera di presentazione senza allegare il curriculum. Ho subito mandato una seconda mail con l’allegato, ma ormai nella mia testa avevo commesso un errore imperdonabile che un’azienda come quella a cui avevo fatto domanda non avrebbe mai tollerato. Circa una settimana dopo mi è stato suggerito di preparare un curriculum anche per un’altra azienda, nell’ottica del “manda più curriculum che puoi, qualcuno risponderà”. E invece, proprio quel giorno, ho ricevuto una telefonata dalla prima azienda. La situazione aveva del comico, a ripensarci ora mi viene da ridere per l’assurdità della scena. Stavo tranquillamente pulendo casa e avevo l’aspirapolvere accesso tra le mani, la musica nelle orecchie. Ad un certo punto la canzone dei Green Day si è stoppata ed io, chiaramente, ho rischiato l’infarto perché “oddio, ho rotto pure questo telefono”. Fortunatamente però la musica è ripartita, ma la canzone era diversa: mi stavano chiamando. Ho fatto cadere l’aspirapolvere a terra con inaudita violenza, lanciando un’occhiata omicida al cane che ha cominciato a piagnucolare perché voleva uscire all’aria aperta. Pensavo che la telefonata fosse di mia madre, invece era l’azienda serissima a cui avevo mandato il curriculum. Panico. Non avevo preparato nessuna risposta acuta ed esauriente con la quale fare colpo sull’interlocutore. La signora al telefono, d’altra parte, è partita subito con una serie di domande assolutamente legittime al quale però non sapevo rispondere.
«Quanto lontano è disposta ad andare, in termini di chilometri, rispetto ad Aosta?»
Silenzio.
Cosa diavolo ne so io di quanti chilometri sono disposta a percorrere per andare a lavoro? Non so nemmeno quanti chilometri ci sono da casa mia per arrivare ad Aosta!
«Um, non saprei… così su due piedi non so rispondere, ecco, io…»
A quel punto hanno suonato alla porta, il cane è impazzito e ha cominciato ad abbaiare come un pazzo. La donna al telefono, confusa, ha smesso di parlare. Sono fuggita via nel cortile come un fulmine, chiudendomi la porta alle spalle. Dato che stavo pulendo casa non mi ero preoccupata di vestirmi bene o di coprirmi, quindi a quel punto mi ritrovavo in canottiera, con il sudore che mi imperlava il corpo, all’aria aperta e con una temperatura inferiore ai 13°. Mi sono scusata con la signora, che ha subito ripreso a parlare. Mi ha fatto altre domande, a raffica, senza nemmeno prendere fiato. Alla fine, esausta, ho ringraziato e chiuso la telefonata, convinta di essermi giocata l’opportunità che mi era stata offerta.
Ancora una volta, mi sbagliavo.
Qualche giorno fa ho ricevuto una seconda telefonata, sempre dall’azienda che ormai temevo di aver compromesso. E, sorpresa inaspettata, mi hanno chiesto di scendere a Torino per un colloquio di lavoro. Incredula e senza parole, ho confermato la mia presenza e ringraziato la signora per l’opportunità (era la stessa della telefonata precedente). Ho chiamato immediatamente mia madre, esaltatissima. Lei, però, sconvolta, ha terminato la chiamata perché non sapeva cosa dire. Era la prima volta che lasciavo mia madre senza parole e, se non fossi stata così confusa dal suo comportamento, avrei indubbiamente gongolato senza pietà. Quando si è ripresa si è congratulata con me, felicissima, dicendo che ero stata brava, che non si aspettava una seconda chiamata dopo il disastro della precedente ma sopratutto raccomandandosi di stare attenta al colloquio perché avrebbero analizzato il mio linguaggio del corpo e mi avrebbero fatto dei test attitudinali.
Un momento, cosa?
Ebbene sì, adesso è così che funzionano le cose. Alle aziende non interessa più di sapere se un candidato ha esperienza lavorativa alle spalle o se ha una formazione adeguata, no, a loro interessa sapere chi è il candidato, come se la cava sotto stress e se è in grado di sostenere determinati incarichi. Più che un colloquio, a quel punto, mi sembrava di dovermi difendere da qualche accusa davanti ad un plotone di esecuzione.
E quindi sono qui, di fronte al computer, a cercare qualche suggerimento che possa aiutarmi a sopravvivere al mio primo colloquio di lavoro. Sul sito che ho aperto ci sono molte strategie vincenti e indicazioni utili, ma l’ansia continua a salire. Non ho mai affrontato un colloquio di lavoro e non so davvero come comportarmi, questi attacchi di panico non mi fanno bene e sopratutto non aiutano a dare l’impressione di essere una buona candidata per il lavoro. Respiro profondamente, cercando di calmarmi. Bevo un sorso di thé caldo, convincendomi che tutto va bene. Poi leggo la prima domanda, quella che solitamente pongono per rompere il ghiaccio e metterti a tuo agio.

“Mi parli di lei”

Panico.

Come comprimere la mia esistenza in poche efficaci frasi che riassumano alla perfezione la mia essenza e la mia professionalità? A quali fatti dare importanza e quali escludere? Come affrontare il discorso della mia patologia al meglio, senza dare l’impressione di non essere in grado di fare determinate cose? Quali aspetti della mia personalità approfondire e quali fingere di non conoscere? Come mettere il luce le mie doti, senza sentirmi arrogante o strafottente? Come trasmettere ai datori di lavoro la mia inesauribile voglia di imparare?

Oh. Mio. Dio
L’ansia sale, il tempo scorre. L’orologio sogghigna fissandomi con crudele soddisfazione ed io chiudo la pagina web. Perché mai dovrei farmi condizionare da un articolo on line? Spengo tutto, concentrandomi sul mio thé e sulla mia fetta di pane tostato. Cosa mai potrà andare storto, in effetti? Mal che vada, daranno il posto ad un altro candidato ed io manderò il curriculum ad un’altra azienda. D’altra parte, nell’ottica del “manda più curriculum che puoi, qualcuno risponderà”, sono in una botte di ferro.

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