Elena

Verso Torin

I viaggi mi sono sempre piaciuti, sia che fossero di due ore sia che impegnassero una giornata intera. Ho sempre pensato che fossero poetici, persino spirituali. Da brava classicista il mio pensiero corre immediatamente a Seneca e a ciò che scrisse in una delle lettere a Lucilio: “nonostante [tu abbia affrontato] un viaggio tanto lungo non sei riuscito a scuoterti di dosso l’oscuro peso dell’animo: devi cambiare la tua interiorità e non l’ambiente”. Purtroppo mi trovo a dissentire poiché, per me, il viaggio è necessario proprio per comprendere il proprio animo ed essere in grado di accettarlo. Sono convinta che il viaggio sia uno strumento per mettere alla prova la propria essenza e superare gli ostacoli imposti dalla propria mente. Se si è soli ad dover affrontare una situazione di difficoltà (che dipenda dalla lingua, dalla diversa cultura o da altri motivi poco importa) la natura di ognuno si manifesta con chiarezza, aiutandolo a comprendere meglio chi è e, di conseguenza, come affrontare nel migliore dei modi qualunque situazione gli si presenti davanti da quel momento in poi.
Oggi il mio viaggio è breve, tra neanche due ore sarò a Torino. Il tempo è brutto, la pioggia batte insistentemente contro i finestrini e la nebbia inghiotte le risaie piemontesi. È il tipo di giornata che preferisco, durante le giornate come questa la mia mente vola a dei ricordi lontani che appaiono sfocati ed irraggiungibili. Nonostante il dolore alla testa si intensifichi con la bassa pressione, non rinuncerei a queste giornate per nulla al mondo. La triste desolazione delle risaie mi appare davanti allo sguardo, la vegetazione sembra assopita. Immagino di vedere l’arbusto accanto al guard rail sbadigliare assonnato mentre la nebbia lo culla dolcemente nel sonno, cantando una melodia senza parole. Sembrerà assurdo ma mi viene da ridere pensando alla reazione dell’albero lì accanto che, indignato, si lamenta per essere stato svegliato dal quel canto inopportuno. Sposto lo sguardo verso la strada di fronte a me, cercando un’indicazione che possa permettermi di capire dove mi trovo. Il grande cartello verde autostradale mi informa che ormai manca poco alla mia destinazione, mio fratello probabilmente mi sta aspettando a Porta Susa per accompagnarmi a casa sua. È la prima volta che vado a stare da lui per una notte, da quando si è trasferito a Torino per studiare. Sono un po’ preoccupata perché mi sembra si intromettermi in una situazione che non mi riguarda. Avevamo deciso di scendere a vivere insieme, ma poi la mia patologia si era messa in mezzo e avevo dovuto rinunciare a questo progetto. Un po’ mi fa male scendere da lui e assaporare la vita che, tristemente, mi è stata negata.
E infine eccomi a Torino. Quando ero piccola odiavo questa città, mi sembrava troppo grande e caotica:  abituata ai paesini valdostani in cui ci si conosce tutti per nome non capivo come si potesse vivere a contatto con dei perfetti sconosciuti. In lontananza vedo il grattacielo con il nome dell’azienda che domani mi farà il colloquio e un sorriso raggiante nasce sul mio viso. Sto rivoluzionando la mia vita e ne vado terribilmente fiera. Le probabilità che mi assumano sono misere, ma questa esperienza è mia, me la sono guadagnata con le mie sole forze. Che io ne esca vincitrice o perdente, sarà comunque una soddisfazione unica. Il pullman rallenta e vedo mio fratello appoggiarsi ad una panchina. Afferro la mia borsa e scendo, pronta ad affrontare anche questa avventura.

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