Vita rara

Il coraggio di non arrendersi

Quando sei malata il mondo ti appare diverso. Non più bello, ma più vero. E’ una consapevolezza che hai, quando osservando la pioggia scendere da dietro la finestra, senti che sei fortunata ad essere lì.

Ti sei ammalata che avevi tredici anni, eri una bambina. Di quel giorno ricordi di esserti alzata sorridendo, come sempre, e di aver mangiato veloce perché, come spesso succedeva, eri in ritardo. Non ricordi i pensieri che hai fatto mentre ti avviavi a scuola a piedi, ma sai per certo che sorridevi perché era una bella giornata e il giorno successivo avresti potuto partecipare alla gara di orienteering su cui ti stavi preparando da mesi ormai con l’insegnate di ginnastica, ma anche perché sarebbe stato strano non vederti sorridere, tutti ti riconoscevano per quello. Ricordi che quel giorno c’era il compito di grammatica e che eri stata sveglia per buona parte della notte a studiare: poi ricordi solamente il momento in cui la testa ha iniziato a farti male, hai cominciato a vedere doppio e il corpo si è bloccato, impedendoti di stare in piedi a causa delle violente vertigini. Ricordi che la professoressa di italiano si è preoccupata e ti ha detto che stava chiamando casa per farti venire a prendere. Ricordi di averla supplicata di non farlo perché dovevi fare il compito. Ricordi che ti ha sorriso e ti ha guardata da dietro i suoi occhialini rotondi, dicendoti: “non ti preoccupare, per quello c’è tempo”. Ricordi la bidella che ti ha portata a casa in macchina e la telefonata di tua mamma che ti diceva: “avresti dovuto resistere, hai già saltato abbastanza lezioni per colpa dello sci”. Ricordi di esserti scusata con le lacrime agli occhi dicendole che era stata la prof a mandarti a casa. Ricordi le domande di mamma che, preoccupata, pensava avessi anche tu la labirintite. Come lei, come papà.

Ma tu non avevi la labirintite. Quando ti hanno messa in osservazione – il terrore e il disgusto che questa parola può suscitare in una ragazzina di tredici anni ancora adesso mi sembra impossibile da credere – avevi paura. Ricordi le domande che i medici hanno iniziato a farti, il modo in cui ti guardavano, diffidenti, le loro parole: “è un’adolescente, è normale essere un po’ stressata. La mandiamo dallo psicologo e tutto si risolve. Oggi a scuola c’era qualcosa che ti preoccupava?”. Ricordi di aver taciuto sul compito in classe per paura che tua mamma ci credesse. Ed è iniziato tutto. Visite, sorrisi di circostanza, occhiate di disgusto, esami, medici in camice bianco, paura e tante bugie. Poi, finalmente, dopo una marea di esami, un sospetto. Aneurisma. Tutti i medici, preoccupati e ansiosi, organizzano il tuo trasferimento d’urgenza nell’ospedale di Torino. Tua mamma, lo vedi, cerca di trattenersi dal piangere. Ma tu sei felice. Non sai cosa sia un aneurisma, ma ora hai la prova di non essere pazza come avevano voluto farti credere.

Ti ricoverano a Torino e ti fanno l’esame più doloroso della tua vita dicendomi che “è solo una puntura, come un prelievo. Non sentirai nulla”. Sopporterai, in silenzio, come hai sempre fatto. Come farai sempre da quel momento in poi. Infine arrivano i risultati: non hai un aneurisma. E le infermiere, che fino al giorno prima ti trattavano bene, con gentilezza e affetto, adesso ti guardano storto e se chiedi loro qualcosa ti rispondono con sufficienza, perché tu non stai male. Non stai male… Chi sono loro per decidere questo? Chi sono loro per dirti che sei una bugiarda e che il dolore che senti è solo la paura che hai? Ma come si permettono? E tutto ricomincia.

Come sempre, in questi casi, i medici decidono che hai un problema psicologico. Il fatto è che, dopo che te lo dice un professorone e dopo che prendi una marea medicine ma continui a star male, inizi a credergli. Inconsciamente, perché continuerai a sostenere sempre che: “no, non sono matta. Ho male.” E dirai che se diventi cieca non è perché “la tua mente cerca, attraverso la cecità, di rimuovere un ricordo spiacevole o un’esperienza dolorosa che hai provato”, come dirà poi uno psicologo, di quelli che odierai per tutta la tua vita. Continuerai a sostenere che tu stai male davvero, anche se poi, in realtà, dentro di te ti senti uno schifo, un contenitore di scarti, un codardo che non ha il coraggio di ammettere che ha un problema psicologico che, con qualche seduta da uno strizzacervelli, potrebbe “curare”. E anche se ancora non puoi saperlo stai vivendo il periodo peggiore della tua adolescenza. Tua madre non crede nel problema psicologico, però deve essere certa che non lo sia davvero. Perciò, quando diventi cieca, lei non ti avverte delle scale che hai davanti – per scoprire se davvero non ci vedi – e tu finisci costantemente per terra. I medici ti trattano da stupida, scommettono sulla tua vita e a scuola è uno schifo.

E intanto stai malissimo perché il dolore che hai non ti fa reggere in piedi. Sono i primi mesi della malattia perciò nessuno sa ancora di cosa si tratta, come affrontarla o combatterla. Una vocina dentro di te ti suggerisce che quello è solo l’inizio, che il dolore che provi peggiorerà solo. Tu le credi, non puoi fare altro. Non è tanto il dolore fisico a spaventarti, quello già lo conosci avendo sciato a livello agonistico per anni e essendoti fatta male molto spesso. Ciò che ti mette paura non è la consapevolezza che proverai dolore, tanto, nei tempi futuri, bensì la certezza di soffrire. Vi è una sottile linea divisoria tra il dolore e la sofferenza. Il dolore è qualcosa di fisico, un meccanismo del corpo umano dovuto alla connessione tra i recettori del dolore e il nostro cervello, un complicato ingranaggio composto da muscoli, nervi e sangue, qualcosa che fa parte di te e puoi affrontare; la sofferenza no, lei ti aspetta nascosta in un angolo della tua mente, circospetta, e sbuca fuori quando meno te l’aspetti: colpendoti al cuore. La sofferenza è fatta di frasi non dette, di sguardi disprezzanti, di abbracci mancati; è composta da ricordi bellissimi di un tempo che ormai sai di aver perduto, da sorrisi di chi sai ti lascerà presto, da affetti destinati a perire. La sofferenza è qualcosa che agisce al livello dei sentimenti, è qualcosa che non puoi controllare in quanto attacca dritto ai ricordi e alle emozioni.

Un giorno la prof di francese appena suonata la campanella della prima ora si appoggerà allo stipite della porta e guardandoti con sufficienza dirà: “secondo me hai davvero un problema psicologico. Oppure non hai solo voglia di fare i compiti in classe”. Da quel giorno i tuoi compagni si riveleranno essere meschini, crudeli e sleali. Ti tireranno quadernoni in testa per vedere se dici la verità quando affermi di essere cieca, ti strilleranno nell’orecchio quando dirai di essere sorda. E anche se non potrai sentirli, perché davvero sei sorda, quelle urla ti feriranno l’anima e ti faranno chiudere il cuore. Non dimenticherai mai quei giorni, nonostante tutta la buona volontà a sopprimere con decisione i ricordi dolorosi
A volte ti capiterà di sanguinare da un occhio, e visto che ti accorgerai quando succederà, scapperai letteralmente dall’aula per non essere un disagio a quei compagni a cui però non interessa nulla del tuo, di disagio. Entrerai nel primo bagno libero per recuperare un pezzo di carta igienica con la quale tamponarti l’occhio. Poi sentirai delle voci. Saranno le tue compagne di classe che non avevano sentito che eri arrivata, così tu farai la mossa di avvisarle della tua presenza, ridendo e scherzando, ma ti bloccherai quando sentirai cosa stanno effettivamente dicendo e diventerai di ghiaccio. Parlano di quanto sei insopportabile, di come i professori sono stupidi a crederti, di come tutti quelli che ti sono amici avrebbero avuto lo stesso tuo trattamento: violenze fisiche, prese in giro quotidiane ed umiliazioni pubbliche.

Tu piangerai, Elena. Perché avrai tredici anni, tutti ti odieranno e nessuno crederà in te. Non saprai cosa fare, e prenderai la decisione. Abbandonerai anche le uniche persone che forse ti volevano bene davvero, per quella che sei. Non puoi permettere che la tua presenza li danneggi o rovini il loro ultimo anno di medie. Quando rientrerai in aula andrai a sederti al tuo posto senza guardare nessuno, neppure gli unici due amici che hai e che ti osservano preoccupati. Hanno notato il tuo sguardo spento e disperato, ma tu non ricambierai la loro gentilezza. Metterai le distanze tra di voi voltando il viso quando ti sorrideranno, tacendo quando ti parleranno, col chiaro e unico scopo di farti odiare anche da loro. Ci riuscirai. Inizieranno a snobbarti, a prenderti in giro, a picchiarti.

Ma sarai felice, perché li avrai salvati. Avrebbero potuto esserci anche loro lì con te, a condividere quel dolore, che non si limita solo all’occhio nero o al rivolo di sangue che ti colerà dal labbro. Mi riferisco al dolore dell’anima. Quella angoscia che ti prende e non ti abbandona mai, quella sofferenza indicibile che accompagna le tue giornate, e anche le tue notti. Perché è quel dolore, quello che è sempre lì accanto a te, a farti male. Quando piangi, quando ridi. Quando, per non trascinare le persone care nel tunnel buio della sofferenza, sorridi, anche se l’unica cosa che vorresti fare sarebbe scoppiare in un lungo, rumoroso e doloroso pianto liberatorio. Ma non puoi permettertelo. Perché se la tua mamma, quella donna così forte che con la sola forza del suo amore ti ha sorretta in tanti momenti bui e difficili, se quella donna ti vedesse vacillare o notasse il tuo sguardo perso, bisognoso d’aiuto, se guardasse negli occhi la tua sofferenza e la tua voglia di arrenderti, si lancerebbe senza esitare in quel tunnel di disperazione dal quale ha cercato di salvarti. E tu non vuoi che lei veda il luogo in cui vivi tu. Perché è un luogo desolato, buio e carico di tristezza. E’ il sotterraneo di una vecchia metropolitana abbandonata dove i topi giocano a rincorrersi, dove i drogati vanno a bucarsi, dove i depressi vanno a piangersi addosso.

E tu non vuoi che la tua mamma veda come ti sei ridotta. Non vuoi che i suoi occhi pieni d’affetto si trasformino in pena e disgusto. E anche se sai che è una cosa che non potrebbe mai capitare, perché anche se ti sgrida e ti insulta e ti mette in castigo, i suoi occhi mostreranno sempre l’affetto che prova per te, tu ci credi. Perché ti sembra impossibile che una persona possa volerti bene, perché nemmeno tu te ne vuoi. E piangi. In solitudine, nascosta nella penombra della tua cameretta, lontana dai sorrisi delle persone che ti amano ma abbracciata dalle occhiate di disgusto che ti riservano tutti gli altri. Eppure non ti arrendi. Perché altrimenti meriteresti di ricevere quelle occhiate, e sai che non è così. Non ti arrendi perché non puoi.

Non puoi smettere di continuare a vivere, perché a te piace, ti piace maledettamente tanto. Non puoi perché non sei un fallimento, tu. Un contenitore di scarti, forse, ma un fallimento mai. Non ti arrendi semplicemente perché tu non ne sei capace. Vorresti farlo, e spesso lo hai urlato, supplicando che il dolore smettesse di tormentarti, pregando tua madre di ucciderti, perché tu non avevi il coraggio di farlo. Ma non l’hai fatto, non ti sei mai arresa. Hai affrontato gli ostacoli che ti hanno messo davanti con il sorriso, credendo che ci fosse un motivo superiore se ti sei trovata a combattere questa battaglia. Pensando che, dopo tutte queste difficoltà, dopo tutto questo dolore, magari troverai in regalo il mondo, al traguardo. E sorridi, mentre capisci che il tuo regalo è questa sofferenza, questo dolore. E ne sei grata. Perché se non avessi dovuto rinunciare a tutto, non avresti capito l’importanza e il valore che quel tutto aveva. E non lo avresti riconosciuto quando questo si sarebbe ripresentato, sotto l’aspetto di una migliore amica. Una migliore amica che ha il tuo stesso sguardo, che ha dovuto affrontare lo stesso dolore, la stessa sofferenza e le stesse paure che hai dovuto affrontare tu. E in quello sguardo ti ci perdi, pensando che sia la cosa più bella che esista.

E ti chiedi se, chissà, magari anche tu hai quello sguardo bellissimo. E speri ardentemente di averlo, perché significherebbe che anche nei tuoi occhi c’è un pizzico della stessa bellezza di lei. Anche se sai che i suoi resteranno per sempre gli occhi più belli del mondo. Sai che forse pensi questo solo perché le vuoi un mondo di bene, ma quando poi la abbracci, la stringi forte e vedi che ti sorride, allora le guarderai gli occhi e: “sono davvero la cosa più bella”, penserai. E non ti importerà più di sapere se lo pensi solo per affetto. Perché quegli occhi sono la tua ancora di salvataggio e tu non puoi starne senza. Così ti dirigi verso il bagno, fermandoti di fronte allo specchio: e inizi ad osservarti. Osservarti davvero. Sei molto cambiata dall’ultima volta che ti sei vista. Allora avevi i tratti di una tredicenne solare e allegra, ingenua e spensierata. Ora non più. Hai i tratti adulti, seri e maturi di una diciottenne che è cresciuta prima del tempo, che si sente inadatta e non comprende i suoi coetanei. Una quarantenne nel corpo di una giovane, come dirai scherzando a volte. I capelli ora sono corti, perché dopo tutte le anestesie che ti hanno fatto sono diventati aridi, spenti, e tu hai deciso ti tagliarli, dando loro modo di crescere più forti. Come dovrai fare tu in futuro.

L’unico modo che avrai per rialzarti vincente, sarà quello di cadere dalla sella come perdente. E tu cadrai, Elena. Eccome se cadrai. Osservi le tue labbra piene e screpolate, e pensi a quante parole hanno pronunciato. Ti rendi conto che sono più quelle che hanno taciuto. All’improvviso vedi che si incurvano in un sorriso, e le osservi da dietro la maschera che hai innalzato sul tuo viso. Sei bella quando sorridi, dice una vocina dentro di te. Una vocina che tu hai sempre zittito, perché insicura e disgustata da te stessa, ma che ora lasci sfogare, dandole persino ragione. Perché è vero. Quel sorriso è bello. E non perché presuntuosamente ritieni che il tuo viso sia qualcosa di bello o speciale, ma perché quel sorriso è vero, sincero. Il primo sorriso innocente e puro che fai dopo anni.

Perché sono anni che non ti senti così. Ti viene quasi da piangere se pensi a quanto sei stata stupida in tutto questo tempo. La ragazzina tredicenne che scia e ride è ancora lì, nascosta sotto vari strati di sporcizia dell’anima, parole non dette, silenzi imbarazzanti e rabbia repressa, ma è presente. Se solo ti decidessi a guardarti, potresti tirarla fuori. E magari riusciresti a comprendere, finalmente, il tuo vero valore. A vedere quanto sei forte, bella e piena di vita. Lo sai che per liberare il tuo cuore devi ancora percorrerne di strada, ma ti viene voglia di farlo. Di percorrerla quella maledetta strada su cui una volta correvi spensierata e che però hai lasciato indietro tempo fa. Ti viene una voglia incredibile di ritrovarla. Perché, anche se non ricordi esattamente com’era quel cammino, sei consapevole del fatto che era il tuo cammino, la strada giusta per te. E mentre inizi a correre, tra le stradine affollate dai pensieri dalla tua anima e i sentieri della tua insicurezza, finalmente sollevi lo sguardo e osservi i tuoi occhi, che hai lasciato per ultimi, consapevole di vedere al loro interno un mondo di differenze rispetto a quando eri una bambina.

E infatti non deludono le tue aspettative. Noti tanti sentimenti che caotici vi corrono attraverso, ma ciò che ti sorprende è la scintilla nuova che il tuo sguardo possiede, e che fino a ieri non potevi vedere. Sai che quella scintilla ti darà una nuova ragione di vita, perché l’hai riconosciuta. E’ la stessa scintilla che vedi negli occhi dalla tua migliore amica, nello sguardo che tua mamma ha quando ti parla, che tuo papà mostra contento quando tu ridi. E’ la stessa scintilla che vedi negli occhi di tuo fratello, di tua nonna, dei tuoi amici e delle persone che hai accanto e che, come te, non si arrenderanno. E’ la scintilla della speranza. Quella che ti salverà
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E per lungo tempo continuerai a prendere morfina, l’unica che ti permette di goderti un minimo le giornate, che ti salva dal dolore fisico quando è troppo forte. La odierai quella morfina, con tutto il tuo cuore. Perché non potrai farne a meno. Sarà l’unica che ti concederà qualche ora di dolore lieve, e tu la odierai perché ti ridurrai a sognarla la notte, quando ti daranno qualche altro farmaco. Per qualche mese sarai ben felice di cambiare terapia, Elena, sollevata nel vedere che hai un’alternativa. Ma con il tempo scoprirai che anche se la odiavi, era l’unica che ti dava un minimo di sollievo. E piangendo, disgustata da te stessa, pregherai il medico di ridartela, a costo di sembrare una patetica drogata. Ma lui ti capirà.“Il dolore non lo sopporti più, Elena. E’ normale voler star bene, non preoccuparti”. Allora perché voi mi guarderete così? Perché mi direte che devo sopportare, resistere? Non sapete cos’è, voi, questo dolore. Questa sofferenza che voi contribuite a aumentare, facendomi sentire una squallida perdente. Ma va bene. Sopporterò, sorriderò e mi rialzerò. Quando sei malata il mondo ti appare diverso. Non più bello, ma più vero. Dopo otto interventi alla testa, momenti carichi di angoscia e paura, dopo aver sopportato in silenzio, dopo aver pianto, urlato e essermi disperata, chiedendo un aiuto, finalmente ho capito. Questa è la mia vita. E la malattia non mi impedirà di essere quella che voglio essere.

Sono una persona migliore, grazie alla malattia. Ho conosciuto persone meravigliose, viaggiato, sono maturata in modo che non avrei mai creduto possibile e ho trovato un’altra strada, che seppur diversa che quella che percorrevo a tredici anni sembra creata apposta per me. Sono fiera di me stessa. Imparerò ad accettarmi. E ci riuscirò, credeteci. Credetemi. Il dolore e la tristezza fanno parte della vita. E a te piace vivere, Elena. Ti è sempre piaciuto. Quindi fallo: buttati, combatti, vivi.

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