Elena

Camminare sulle nuvole

Anche se con evidente ritardo ho deciso di raccontarvi la mia esperienza a Torino, dato che si è rivelata essere una delle esperienze migliori che mi siano mai capitate. Ero molto preoccupata perché, a causa dei miei problemi di salute, non ho mai affrontato viaggi in solitaria e non ero certa di cavarmela. D’altra parte, ho promesso a me stessa che la malattia non mi avrebbe più limitata e, anzi, avrei tratto vantaggio da questa situazione per quanto possibile. Un obiettivo ambizioso, forse, ma necessario per sbloccarmi da questa forma di impasse.

Il primo giorno è trascorso in assoluta tranquillità: prima con il viaggio in pullman che mi ha portata a Torino, poi con l’accoglienza a casa di mio fratello e ancora con uno stupendo pomeriggio di shopping insieme ad Alice (mia amica ed ex compagna di classe, ora coinquilina di mio fratello). Lo shopping aveva un obiettivo chiaro e preciso, ovvero quello di trovare un outfit adatto al mio primo colloquio di lavoro. La ricerca dei vestiti adatti è stata divertentissima, io ed Alice si siamo fermate ad ogni negozio, provando una quantità indecente di capi. Alla fine, comunque, ho trovato ciò che cercavo e sono tornata a casa soddisfatta. Ho scherzato e riso tantissimo con mio fratello e i suoi amici, abbiamo cenato e fatto tante foto e video, decidendo infine di guardare El Dorado prima di andare a dormire (non avevo mai visto quel film d’animazione e me ne pento amaramente perché sarebbe stato una pietra miliare della mia infanzia).

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Sul punto di collassare a causa dell’ansia, davanti all’entrata dell’azienda a cui dovevo presentarmi.

Ed ecco arrivare il fatidico giorno del colloquio. Per tutta la mattina ho tentato malamente di dissimulare il mio panico e la mia ansia, vagando per casa come un’anima in pena e cercando di ripetermi le risposte basic che avrebbero potuto aiutarmi a mantenere sotto controllo l’agitazione. Mi sono lavata i capelli, truccata, ho controllato i documenti che dovevo portare con me e ho pranzato in assoluta calma. Mentre mi vestivo, però, la realtà dei fatti si è palesata dinnanzi a me con inaudita violenza: e mi sono sentita sprofondare. Se non avessi trovato il posto? E se avessi detto qualcosa di sbagliato? Come comportarmi nel caso di un evidente rifiuto? Elena, calmati. Ho infilato le mie scarpe da ginnastica e mi sono avviata verso il tram con Giorgia, anche lei ex compagna di liceo e ora coinquilina di mio fratello. Era la prima volta che salivo su un tram, quindi ho cercato di godermi il momento senza pensare a cosa mi aspettava al mio arrivo in centro. Il tram, di quelli verdi, era uno dei più antichi di Torino. Essendo un’amante della Storia l’ho interpretato come un buon segno. Una volta arrivate in Piazza San Carlo, dopo una breve camminata, io e Giorgia ci siamo concesse un caffè per rilassare i nervi e fare due chiacchiere da ragazze. Gli argomenti, come sempre in questi casi, sono passati dall’amore alla scuola, dalla salute alle uscite. Finito il caffé non avevo più scuse per non avviarmi verso la sede dell’azienda, così ho cambiato le scarpe (le paperine mi fanno sempre male così ho ritenuto opportuno metterle all’ultimo momento). In evidente stato di agitazione ho cominciato a camminare verso l’entrare dell’azienza, ripetendo mentalmente ogni singola risposta possibile. Prima di entrare, però, un ultimo rito scaramantico: ho toccato due volte le corna del diavolo sulla Porta del Diavolo. Giorgia ha detto che porta fortuna e, devo ammetterlo, non ne ho dubitato un solo istante.

Il colloquio è stato stupendo. Potrei parlarvi dell’uscire che, saputo che stavo affrontando il mio primo colloquio, mi ha risposto “sarà anche l’ultimo, credimi!“; potrei parlarvi del badge che mi hanno consegnato all’entrata con il logo dell’azienda, bellissimo ai miei occhi; potrei parlarvi del fatto che tre donne mi hanno accolta in una sala conferenze (e di conseguenza potrei elogiarmi per il fatto di non essere andata nel panico totale); potrei raccontarvi delle risposte esaurienti ed intelligenti che ho dato, individuando le domande trabocchetto e rispondendo in modo molto astuto e diplomatico. In realtà, però, vi racconterò un solo, piccolo particolare: arrivata lì, ero tranquilla. Avete capite bene, sì. L’ansia e il panico che fino a quel momento mi avevano stritolato la gola, impedendomi quasi di respirare, sono spariti nell’istante esatto in cui sono entrata, nel preciso momento in cui mi sono resa conto che ero lì come donna determinata e fiera, pronta ad affrontare il mio primo colloquio di lavoro, e non come bambina spaventata ed insicura. E’ stata l’ennesima vittoria, per me. Non tanto perché ho affrontato una situazione nuova ed insidiosa, ma perché ho affrontato me stessa e ho tirato fuori chi veramente sono. Per me è stato un momento indimenticabile, indipendentemente dall’esito del colloquio ho scoperto una parte di me che non credevo potesse tornare, che pensavo essere persa per sempre. L’ultima volta che mi sono trovata davanti la vera Elena avevo tredici anni, ancora non sapevo quanto avrei sentito la mancanza di quel mio carattere allegro, sicuro  e spensierato. Negli anni ho incontrato l’ombra della vera me stessa più volte, come se fosse un lampo di esistenza che si palesava per un istante e poi spariva di nuovo. Sono certa di averla vista il giorno del primo intervento alla testa, quando mi facevo forza per non far vincere la paura, o quando ho dovuto decidere se continuare a studiare al Liceo Classico, consapevole che avrei dovuto lottare il triplo degli altri per raggiungere il diploma. Lampi di determinazione e sicurezza che mi hanno portata ad indirizzare la mia vita verso una meta che ora mi pare chiara, ovvero la capacità di non arrendermi di fronte alle difficoltà, mai, perché sono proprio le avversità a dimostrarci cosa siamo in grado di fare e quanto a lungo possiamo resistere. Il fatto di essere entrata in quella sala conferenze, di aver stretto la mano alle tre donne che di lì a poco mi avrebbero analizzata e giudicata senza farsi alcuno scrupolo, di aver sorriso tutto il tempo mostrando una sicurezza che non sentivo più da anni: questa è stata la mia vittoria.

IMG_20160406_212843.jpgA quel punto volevo solo festeggiare. Giorgia mi ha portata in un adorabile bar vicino ad un parco e, mentre raccontavo nei minimi dettagli la mia sorprendente prestazione (…concedetemelo, su), abbiamo gustato un buonissimo bicerin. Era la prima volta che lo assaggiavo, nonostante mio padre sia nato proprio a Torino. Abbiamo parlato, riso, passeggiato e scoperto nuovi posti (ma lo sapete che a Torino si può vedere la casa di Nietzsche? Giuro che, quando mi sono trovata di fronte la targa con il suo nome, mi sono commossa. Per fortuna ero con Giorgia, dato che lei studia Filosofia ha capito perfettamente l’emozione che stavo provando). Abbiamo visitato il luogo dove hanno girato Profondo Rosso, ci siamo fermate ad ogni gelateria perché volevo festeggiare anche con i ragazzi a cena (idea bocciata quando ho notato i prezzi per una vaschetta di gelato da sei persone) e alla fine sono andata con Giorgia e Alice a prendere un aperitivo.
Come potete notare ho cercato di fare una sorta di lista accurata di ciò che ho fatto in quei due giorni, saltando numerosi particolari che francamente mi sembrano inopportuni o inutili, in modo che in futuro io possa rileggere questo testo e sorridere al ricordo di queste belle esperienze. Non mi aspetto che possiate capire fino in fondo la gioia che ho provato e l’orgoglio che ho sentito crescere in me, ma spero che io possa ricordarlo per sempre.

 

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