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Recensione di "Neve, cane, piede"

1453817738_12509343_443587452514143_7594457685514019637_nAlcune settimane fa mi è stato chiesto di scrivere un articolo su “Neve, cane, piede” di Claudio Morandini per il giornale con cui collaboro. Sinceramente, e alquanto sbadatamente, non sapevo che avesse pubblicato un nuovo libro (una distrazione terribile, lo so). Sono corsa subito in libreria e ho comprato il libro, abbastanza incredula nello scoprire che era stato pubblicato più di quattro mesi prima. A quel punto ho telefonato a mio fratello per raccontargli il lavoro che mi era stato affidato, poiché è stato un allievo di Morandini e ci tiene a seguire i suoi lavori. Claudio Morandini infatti insegna Lettere al Liceo Scientifico E. Bérard di Aosta e il libro che ha scritto è il suo sesto lavoro, si compone di 144 pagine, è edito da Exorma e si può acquistare al costo di 13 euro.

Devo dire che ho letto il libro con voracità ed entusiasmo, finendolo in poche ore. La storia mi ha subito catturata e mi sono affezionata al protagonista con estrema facilità, vedendolo un po’ come un nonno burbero e un po’ pazzo (forse anche in relazione alla mia infantile ossessione per Heidi: il rimando al montanaro brontolone e scontroso e al fido cane Nebbia mi ha fatta sorridere dal principio, facendomi provare un vago senso di malinconia). Il romanzo ruota intorno alla figura di Adelmo Farandola, appunto un montanaro scontroso e bizzarro che vive in un vallone sperduto tra le Alpi. Unico compagno a dividere con lui la difficile e solitaria vita di campagna, un cane chiacchierone che lo obbliga a conversare e gli tiene compagnia. Adelmo e il suo animale si ritrovano a convivere con una solitaria quotidianità, lottando contro la natura che li circonda e che, nei loro confronti, non è per nulla indulgente. Nonostante ciò Adelmo accetta questa situazione e si arrangia con il poco che gli viene offerto. La sua vita è un continuo susseguirsi delle stesse abitudini e situazioni, almeno finché non vede spuntare dalla neve un piede umano, sepolto da una delle tante valanghe che si abbattono sulla vallata.

IMG_20160430_115004Ho apprezzato moltissimo la semplicità della narrazione di Morandini, chiara e scorrevole. Le situazioni vengono presentate con ironia e lo scambio di battute dei personaggi è buffo e ricco di elementi comici. Ciò che ho amato di più sono le descrizioni: semplici, dirette, che fanno riflettere e che aiutano a comprendere a fondo i personaggi. Infatti mentre si cerca di scavare nell’emotività di Adelmo per tirarne fuori i tratti distintivi e la personalità che l’uomo sembra quasi voler nascondere, in verità ci viene rivelato qualcosa di noi stessi ed è proprio questa particolarità ad avermi colpito e a rendere il romanzo così delicato e genuino, seppur la storia narri un uomo burbero e solitario. E’ come se l’isolamento di Adelmo fosse la perfetta esternazione di una nostra stessa fuga dalla realtà, come se il comportamento dell’uomo ci permettesse di comprendere la nostra natura.

Come ho già anticipato, ho avuto la fortuna di essere incaricata alla stesura di un articolo che presentasse alla popolazione questo racconto, ho quindi contattato l’autore (disponibilissimo e molto gentile) e gli ho posto una serie di domande, ottenendo una piccola ma soddisfacente intervista. Qualche settimana dopo questo primo contatto l’autore mi ha invitata a partecipare al suo intervento a “Les Mots“, il Festival della Parola di Aosta. Durante questo Festival viene allestita nella pizza principale della città una struttura che contiene una grande libreria, aperta tutto il giorno, a cura dei librai della città di Aosta, con uno Spazio Autori dove si tengono incontri con uomini di cultura e di scienza, artisti, giornalisti, scrittori e poeti. Durante questa manifestazione ho quindi incontrato nuovamente l’autore, ho ascoltato con piacere la sua presentazione del libro e gli ho chiesto il permesso di pubblicare l’intervista, volendo scrivere una recensione approfondita. Fortunatamente lui ha dato il consenso, quindi eccomi voi a condividere con voi l’opportunità che mi è stata concessa.

 

IMG_3548“Neve, cane, piede”è il primo romanzo che ha scritto dopo A Gran Giornate, che ha ottenuto un grande successo: cosa contraddistingue questo ultimo libro rispetto ai precedenti?

“Neve, cane, piede” è un romanzo più breve, più contenuto. Ci sono due o tre personaggi, alcune situazioni, ma è un romanzo nel quale ho preferito lavorare con pochi ingredienti: non per dire di meno ma per dire più cose con meno parole. Ho quindi lavorato sull’essenzialità: pochi personaggi, pochi colori… ed è venuto fuori così.

Il rapporto che il protagonista ha con la natura è un rapporto quasi spietato, a tratti sembra che la natura voglia contrastare Adelmo e a tratti sembra che ne sia completamente indifferente. Come definirebbe questo rapporto conflittuale con la natura?

In effetti il rapporto che Adelmo Farandola vive con la natura è proprio un rapporto conflittuale, lui stesso ha scelto di isolarsi dagli altri uomini il più possibile, anche se in realtà non ci riesce fino in fondo perché ha bisogno degli altri per rifornirsi di cibo. Il suo desiderio di fuga ed isolamento lo ha portato a vivere una sorta di esistenza estrema in un vallone sperduto nelle Alpi nel quale la lotta con la natura è quotidiana, essa infatti non concede nulla e non è affatto indulgente nei suoi confronti. Lui stesso sembra comunque stare al gioco e accettare questo continuo conflitto, si lascia ricoprire da metri e metri di neve d’inverno, aspetta il disgelo per approfittare delle carcasse degli animali travolti dalle valanghe, cerca di venire a patti con la natura che gli concede ben poco. In un  certo senso cerca di farsi lui stesso animale, predatore, quindi il suo è un vero e proprio conflitto, addolcito solo dalla presenza e dalla compagnia di un cane.

Questo rapporto profondo e sincero con il cane è basilare nella storia: perché l’idea di dare un ruolo così importante ad un animale?

C’era la necessità di rendere il romanzo più lieve: se Adelmo fosse rimasto da solo il romanzo si sarebbe trasformato in un brontolio, in un rimuginio continuo che probabilmente avrebbe reso tutto più pesante. Il cane invece permette di inserire elementi più leggeri, quasi da commedia; il cane costringe Adelmo Farandola a parlare, a comunicare, e tira fuori da Adelmo quella specie di umanità residua che lui credeva di aver perduto e di cui non aveva più consapevolezza. Quindi il cane è una figura molto importante, non semplicemente una spalla, anche se molto spesso, nelle situazioni più comiche, fa un po’ da spalla, nel senso classico del termine. Anzi, a pensarci bene in quei casi non si sa esattamente chi dei due faccia da spalla all’altro nel porgere le battute.

In un commento che lei stesso ha pubblicato dice che all’origine di tutto c’era l’immagine di un piede umano che spuntava da una massa di neve: vuole spiegare questa immagine?

In effetti lo spunto da cui si è formato tutto il libro deriva da un piede umano che spuntava dalla neve. Guardandolo ho immaginato la storia che poteva girare intorno a quel piede: cos’era successo prima del fatto, chi c’era ad assistere, cos’era successo dopo. Questo non è un romanzo costruito a tavolino, non è programmato: non mi piace progettare i romanzi perché vengono fuori cose fredde, calcolate, anche un po’ ruffiane. Sono partito da uno spunto qualunque e ho lavorato lasciando che le situazione si creassero quasi spontaneamente intorno a questa piccola idea iniziale.

Alcuni scrittori trovano l’ispirazione in situazioni molto differenti tra loro, chi di giorno, chi di notte, chi in un luogo particolare. Lei dove trova la giusta serenità per cominciare a scrivere?

Non ho momenti precisi o condizioni ideali che mi diano l’ispirazione, la scrittura è un esercizio che richiede concentrazione e pazienza ma nel mio caso non è legata ad un luogo o un momento particolare. Certo, d’estate scrivo più che in inverno, ho più tempo e le giornate sono più lunghe, l’immaginazione può vagare libera. Ma non ho situazioni precise a cui sono legato: la scrittura va e viene, spesso le idee possono nascere dalla lettura di libri altrui, da momenti assolutamente occasionali, da brandelli di conversazione ascoltati per strada da parte di sconosciuti. Per fortuna non ho scadenze da rispettare e posso permettermi di lavorare anche per anni e anni intorno ad un libro, anche piccolo come “Neve, cane, piede”.

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