Recensioni

Sul palcoscenico

Premessa: quest’articolo è la recensione di uno spettacolo teatrale svoltosi ad Aosta in data 5 giugno. Non ho voluto analizzare nei dettagli la trama nel caso qualcuno di voi sia interessato ad assistervi in futuro ma darò la mia personale interpretazione dell’opera. Se non volete dunque ricevere un’anteprima dei particolari dello spettacolo o quant’altro, vi sconsiglio la lettura.

Il teatro non è il paese della realtà : ci sono alberi di cartone, palazzi di tela, un cielo di cartapesta, diamanti di vetro, oro di carta stagnola, il rosso sulla guancia, un sole che esce da sotto terra. Ma è il paese del vero: ci sono cuori umani dietro le quinte, cuori umani nella sala, cuori umani sul palco.
-Victor Hugo

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Una scena dello spettacolo “3 piani soli” scritto da Gilles Cheney della compagnia Qu.bì. [Foto di Alessio Zemoz]
Il mio lavoro al giornale mi dà sempre più soddisfazioni e domenica 5 giugno mi ha portata ad assistere ad una rappresentazione teatrale per intervistare la mente creatrice dell’opera “3 piani soli” Gilles Cheney. Grazie a questa opportunità ho potuto presenziare ad una delle pièce teatrali più intense e affascinanti a cui io abbia avuto l’onore di assistere, ottenendo anche un’intervista e alcune fotografie, scattate dietro le quinte pochi minuti prima che lo spettacolo iniziasse. Solitamente, quando vado a teatro, è l’emozione a dominare sui miei istinti e sulle mie percezioni. Qualche lacrima, e spesso più d’una, attraversa sempre il mio volto commosso, sia che io stia vivendo lo strazio di  Romeo quando trova Giulietta stesa senza vita nel sepolcro, sia che io stia osservando lo sguardo confuso ed innamorato del cinico professore di fonetica Henry Higgins, indirizzato ad Eliza Doolittle. Tuttavia, durante questo spettacolo, non è stata l’emozione a sopraffarmi, bensì un capogiro esistenziale che per tutta la durata della pièce mi ha costretta a riflettere attentamente e con cura su ogni particolare della storia. Una sorta di Sindrome di Stendhal dai sintomi più leggeri e meno preoccupanti. La mia mente è stata stimolata a ragionare sulle diverse dinamiche e battute, cercando un significato dietro ad ogni dettaglio che appariva sfocato ai miei occhi. Il senso della storia, e di me stessa!, era perfettamente visibile davanti a me, eppure era come se fosse coperto da un sottile velo trasparente che non mi permetteva di giungere alla verità celata dietro ogni gesto, ogni battuta, ogni sguardo. Il coinvolgimento è quindi stato totale, numerosi motivi mi hanno spinta ad immedesimarmi con ogni singolo personaggio della storia e questo fatto ha contribuito ha emozionarmi e a farmi amare lo spettacolo giusto un pizzico in più.

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Gli attori di “3 piani soli”, in bianco, e i partecipanti ai corsi di recitazione che si sono esibiti in una breve ma intensa rappresentazione di dieci minuti prima che la pièce inedita cominciasse.

L’autore dell’opera, Gilles Cheney, durante la breve intervista che gli ho fatto poco prima dell’esibizione, mi ha detto:«la mia speranza è che ogni persona ragioni e trovi eventuali soluzioni dell’opera, scavando nel proprio vissuto, e che quindi abbia un rimando alla propria vita senza che io sveli la soluzione». Nessuna indicazione, dunque, che potesse svelarmi ciò a cui stavo per assistere. Se devo essere sincera, col senno di poi, sono grata all’autore per questa piccola gentilezza. Forse è stato più difficile scrivere un articolo per il mio giornale, dovendo in qualche modo dare una sorta di trama ai lettori, ma a livello personale ho potuto godere più profondamente di ogni particolare della pièce, non essendo in alcun modo influenzata a pensare allo spettacolo in termini precisi. In ogni caso devo esporvi una trama, altrimenti il lavoro non sarebbe svolto correttamente, e per farlo utilizzerò quella che ho trovato sul sito della compagnia Qu.bì (gioco scorretto, sì, ma chi ha visto lo spettacolo può comprendere la mia difficoltà nel tentare di spiegare, o razionalizzare, un così astratto e metaforico concetto). La trama è questa: 3 piani, 6 personaggi, 9 raggi e… 1 postino. Qualcuno lo aspetta perché deve consegnarli la libertà, qualcun altro perché non vuole perdere quello che ha. Una sola settimana… chi vincerà? Chi perderà? Intanto r5, r89 e r45213 aspettano il loro turno. Volendo rispettare la volontà dell”autore, comunque, vorrei dare la mia personale interpretazione dell’opera. Giusta o sbagliata che sia, sicuramente non cambierà l’idea che mi sono fatta dello spettacolo o dello stile di Gilles Cheney, dato che sicuramente rimarrà  fissato nella mia memoria come uno degli spettacoli più stimolanti ed espressivi a cui io abbia avuto la fortuna di assistere.

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Gli attori di “3 piani soli” Paolo Gianotti, Vanessa D’Agostino, Silvio Pepino, Elvis Pernet, Tiziana Valore, Alexine Dayné, Chiara Armand, Loredana Iannizzi e Andrea Cordelli. [Foto di Alessio Zemoz]
La mia interpretazione dell’opera è di carattere allegorico, infatti nei personaggi presentati ho potuto notare la rappresentazione dei vizi umani: dall’avidità all’egoismo, dalla lussuria all’invidia. Il fatto che fossero numerati e “intercambiabili” mi ha fatto provare una sensazione di impotenza: quanto è realmente importante la mia singola esistenza all’interno della società? Platone direbbe che ogni singolo individuo è essenziale affinché la società progredisca e giunga ad un’armonia tra la totalità dei cittadini, eppure la risata dell’entità che prende il posto del truffatore risuona ancora nelle mie orecchie, con violenza, come volendomi ricordare che non sono nessuno e che potrei essere sostituita senza problemi. Al tempo stesso, però, quella sostituzione ha anche espresso il concetto opposto: nonostante le nostre singole esistenze siano misere rispetto alla grandezza dell’esistenza stessa, ogni individuo ha una storia personale da raccontare, diversa da qualunque altra mai raccontata prima. La conclusione sembrerebbe dunque che gli uomini sono unici ma sostituibili. Forse è proprio il fatto che tutti abbiamo una storia particolare a renderci banali, esistenze identiche nella propria disuguaglianza. È allora questo il senso dell’opera? Non credo. Penso che sia necessario fare un ennesimo salto oltre le apparenze, portando la nostra coscienza ad esplorare altri concetti ancora. L’unione disunita dei personaggi, per esempio, ovvero quel rapporto necessario e contraddittorio che lega i personaggi tra loro, quei personaggi che da una parte detestano i comportamenti di chi condivide con loro la vita ma che dall’altra non possono fare a meno proprio di quella presenza mal sopportata. In quest’aspetto, come in molti altri, la pièce mi ha ricordato Jean-Paul Sartre, in particolare l’opera Huis Clos, secondo cui i rapporti tra l’io e l’altro, cioè i rapporti tra le coscienze, sono conflittuali ma necessari e dipendenti. E infatti, verso la fine dell’opera, assistiamo ad un ribaltamento delle nostre percezioni: avevamo avuto l’impressione che alcuni personaggi fossero in qualche modo obbligati a sottostare alla presenza di chi viveva con loro, eppure, sentendo la versione della storia narrata proprio da questi altri soggetti, ci pare chiara la dipendenza dei primi verso i secondi. Una dipendenza che non vogliono accettare, che negano dando la colpa all’altro, che fingono di non vedere ma che, alla fine, li rende ciò che sono. Di cosa parla, allora, l’opera? Dell’esistenza che ha bisogno di essere dominante o sottomessa per realizzarsi? O del bisogno dell’essere umano di dare un senso a ciò che accade e ci circonda? Credo che la soluzione al rompicapo sia una sola, estremamente semplice: l’opera non ha un senso vero e proprio. Gilles Cheney me l’aveva detto, all’inizio dell’intervista: “dopo la prima dello spettacolo qualche persona è venuta a dirmi che non aveva capito bene, ma in fondo non c’era niente da capire”. L’opera quindi sussurra ma non dice, mostra ma non permette di guardare, riconducendo tutto il senso alla percezione di chi è seduto nella platea e sta cercando di trovare la soluzione ad un problema che in realtà esiste solo dentro di sé. Ma, d’altra parte, non è forse questo il teatro?

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