Elena

Cancelletto di partenza

La paura è sempre stata la spinta necessaria affinché dessi il meglio di me. E lo davo, dio mio se lo davo. Non scriverò quanto lo sci sia stato importante nella mia vita, né quanto lo sia ancora. Chi mi conosce sa perfettamente che lo sci era tutta la mia vita e non passa giorno senza che io non pensi a quei giorni, a quelle risate, alla sensazione di libertà che provavo con gli sci sotto i piedi. Chi mi conosce sa che non può esistere “Elena” senza lo sci, sa che darei tutto ciò che possiedo per tornare a vivere quei giorni, sa che il mio sogno è sempre stato di indossare la giacca rossa da Maestra di Sci. Se mi conoscete, non potete non sapere queste cose. Magari un giorno scriverò qualcosa di più specifico su questo sport, un elogio ad una delle meraviglie di questo mondo. Lo farò, ma non oggi. Oggi voglio parlarvi della sensazione che mi ha avvicinata a questo sport, della sensazione che me l’ha fatto amare più di quanto io non abbia mai amato me stessa. Parlo di quell’emozione straordinaria di quanto di trovi davanti al cancelletto di partenza, quando è il tuo turno di dimostrare al mondo il tuo valore, quando è il tuo momento di tirare fuori tutta la grinta e la determinazione che hai per sfidare i tuoi limiti, il tuo corpo, la tua mente e battere ogni record fatto fino a quel momento. Non parlo della vittoria. Qualche volta mi è capitato di vincere e non posso negare che mi sia piaciuto da matti, sopratutto visto lo sguardo orgoglioso che sfoggiava mio padre ogni volta che poteva dire “quella è la mia bimba!”. In ogni caso non era la vittoria che cercavo. Io volevo la sfida, volevo lottare contro me stessa, superare i miei limiti, sconfiggere e al tempo stesso rendere fiera l’unica persona che davvero volevo battere: me stessa.

092

La sensazione del cancelletto di partenza la ricordo ogni volta che chiudo gli occhi, ogni volta che respiro profondamente e chiudo le mani a pugno come se stessi stringendo i miei bastoncini Scott. La vivo ancora adesso, quell’energia devastante che mi scorreva libera e incontrollata nelle vene quando mi preparavo a scendere dalla montagna, disegnando una scia perfetta su quel tracciato memorabile che, per assurdo, ad ogni gara sembrava parlarmi. Ricordo che la paura mi stringeva lo stomaco dalla mattina alle 5, ora di svegliarsi, fino al momento in cui l’atleta che scendeva prima di me non partiva: quando però arrivava il mio turno, quando il giudice di gara chiudeva il cancelletto e l’allenatore mi sfregava le cosce per riscaldarmi un’ultima volta, ecco, lì la paura spariva. Attorno a me i compagni di squadra urlavano il mio nome (“Vai Eleee!”, “Forza Ele!”, “Grande Eleee!”), l’allenatore dispensava gli ultimi consigli, il giudice di gara mi raccomandava di stare pronta: sono tutte cose che ricordo bene, eppure appaiono sfocate, come nascoste dietro una tenda trasparente, perché nell’esatto istante in cui l’atleta prima di me partiva, tutto ciò che esisteva eravamo io e il tracciato davanti a me. I pali rossi e blu mi attiravano a loro, ingordi di attenzione, la neve splendeva sotto il sole emanando scintillii meravigliosi, le curve, le lunghe, le gobbe, tutto sembrava urlare “metticela tutta e dimostra chi sei”. Non sentivo la voce dei miei amici, né quella del mio allenatore. Eravamo io, la mia voglia di battere ogni mio record precedente e quei pali rossi e blu. Respiravo profondamente, nutrendomi di quella sensazione totalizzante di sfida e di gioia, la stessa di quando arrivavo alla fine della gara e mi voltavo ad osservare il tabellone dei tempi, scoprendomi in cima alla classifica. Niente ha mai eguagliato quel momento, quella soddisfazione incredibile di quando sai di aver dato tutto, di aver lottato come un toro e di esserti guadagnata quella sensazione di orgoglio. L’unica voce che ascoltavo, a quel punto, al cancelletto di partenza, era quella del giudice di gara che mi avvisava di prepararmi, pronto a partire con il conto alla rovescia. Due salti per preparare i muscoli, bastoncini davanti al cancelletto di partenza, occhi fissi sulla prima curva.

“Vai Eleeee!”

Ah, questa sensazione: esiste qualcosa di più perfetto al mondo? Non credo, nemmeno vincere alla lotteria o realizzare il sogno della propria vita potrebbe essere migliore di questa adrenalina che scorre senza freni lungo tutto il mio corpo. Ma d’altra parte, il mio sogno della vita non proprio questo? Stare qui, circondata dai miei amici che fanno il tifo per me, l’energia, la grinta, i pali rossi e blu, la neve, la voglia di sfidare il mondo e vincere contro me stessa

5…

Praparati: prime tre porte dritte, poi tracciato molto angolato, occhio a non entrare in curva con lo sci di traverso, la lunga dov’era? Ah, sì, subito dopo la gobba… ricorda di ammortizzare, se salti ti caghi in mano e poi non ti concentri più…. maledetti salti, c’è chi è portato a farli e chi no, perché io no? Sono anche divertenti, se non avessi paura me li godrei tantissimo… e invece no, sempre a inventarmi scuse, una più insensata dall’altra, per non dover saltare… che noia

“Ele forzaaa!”

Okay Elena, li hai contati, quanti erano? 32 pali, perfetto, ci sta… Quanto ha fatto la prima? Amato lo stava urlando a tutti a mo’ di minaccia qualche secondo fa, mi sembra abbia detto 1:02.46… Poco importa, tanto ora questo tracciato io me lo mangio… Quella volta a Zermatt, Giorgio Rocca me l’aveva detto, decidendo di sedersi sull’ancora vicino a me: “pensa a qualcosa che adori e ad ogni porta è come se ne avessi afferrato un po’,  e alla fine, al traguardo, avrai il regalo finale”… Eh, ma come dirgli che immagino che i pali siano patatine fritte e al traguardo mi aspetta un paninazzo triplo hamburger? Non è carino, lui pensa alle Coppe vinte e alle medaglie che lo aspettano… mica al cibo come me

4…

Ohh, ci siamo… quant’è bella questa sensazione, i muscoli mi stanno implorando di partire e ogni cellula del mio corpo vuole godersela come non mai questa gara… la prima porta, sbaglio o mi sta sorridendo? Dio mio, la terza vuole proprio essere buttata giù con la spalla, verrebbe benissimo perché dalla quarta il tracciato parte angolato, ho messo il corpetto? Certo che l’ho messo, Amato mi ha costretta questa mattina anche se non volevo, lui sa che non vado incontro al palo ma questa volta è come se l’avesse saputo che la terza porta voleva essere massacrata da me, da Elena Ponzetti, dio mio quante ne sa quell’uomo… Sì sì, alla terza porta darò una spallata che nessuno dimenticherà più, di solito non le butto giù perché mi frenano e mi rallentano, ma guardala, come potrei non buttarla giù? Mi sta proprio chiamando…

“Ele! Ele! Ele!”

Non sorridere a Vale, Elena, devi concentrarti… sei fortunata ad avere amiche come loro, guardale lì tutte ad urlare il tuo nome… ma ora è il tuo momento e, la vedi l’ultima porta, laggiù, dietro la piccola folla vicino all’Hermitage? IMG-20130101-WA0010Quello è il tuo obiettivo, devi dare tutto solo per tagliare il traguardo nel modo più bello che c’è, buttandoti a terra perché i muscoli ti fanno male da morire e hai il fiatone, devi scendere come se un serial killer ti stesse inseguendo per farti fuori, devi mettercela tutta, devi-

3…

Respiro profondo, piccola rincorsa, spinta in avanti, e via con lo spettacolo.

“Vai Eleeeee!”

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *