Recensioni

La Guerra Bianca

Ho studiato che la Grande Guerra è stato il conflitto mondiale più violento e brutale mai combattuto, eppure ho scoperto che la battaglia non si è limitata solamente alla trincea bensì è stata combattuta anche in alta quota: il reportage fotografico di Stefano Torrione racconta questa guerra, la Guerra Bianca. È possibile osservare le fotografie scattate dal fotografo valdostano al Palazzo delle Albere di Trento, in una mostra che si terrà fino al 25 settembre. La collezione è composta da 70 fotografie che raccontano questa guerra spesso dimenticata o non ricordata a dovere, documentando una parte della Storia che personalmente non conoscevo ma che mi ha colpita moltissimo. Il reportage è incredibilmente accurato e preciso, pare raccontare la storia di ogni singolo soldato costretto a salire su quelle montagne per combattere il nemico. In alcune fotografie viene sottolineata la solitudine, sia quella che provavano i soldati lontani dalle loro case e famiglie, sia quella della montagna che si erge come un eterno pilastro sopra i resti dimenticati di quelle battaglie; altre raccontano i luoghi in cui quei soldati hanno vissuto, analizzando la vita quotidiana di ognuno di loro. In tutte, però, c’è una costante che il mio occhio curioso ha catturato quasi all’istante: il bianco. Il bianco della neve che sovrasta le rocce, il bianco del ghiaccio che ricopre la grotta del Cavento, il bianco che il fotografo ha usato come sfondo alle sue fotografie per permettere alla nostra attenzione di focalizzarsi sui reperti trovati. Il bianco, scrive Stephen King nel romanzo Duma Key, è “l’assenza della memoria, il colore del non ricordo”. Per Stefano Torrione il bianco rappresenta l’esatto contrario: è il ricordo lontano che si credeva perduto ma che improvvisamente torna alla memoria, è l’archeologo che riporta alla luce reperti che si credevano persi per sempre, è il sottile strato di polvere che ricopriva un vecchio baule di incomparabile bellezza chiuso in soffitta, è il seme che viene trascinato via dal vento ma che darà vita ad un frutto delizioso e ad un fiore di incredibile bellezza, è la memoria del tempo passato che torna a bussare alla porta delle nuove generazioni, implorandole di non dimenticare.

La_guerra_bianca_Torrione_548x300Essendo un tema che mi è sempre interessato, poiché amalgama la Storia e la fotografia, mi sono appassionata molto a questo reportage. Devo confessare che a scuola non avevo studiato questa parte della Prima Guerra Mondiale, ero convinta che la Grande Guerra fosse stata un massacro solo tra le trincee, non in alta quota. È per questo motivo che vi riporto integralmente l’intervista che ho fatto a Stefano Torrione, per permettervi di approfondire la Guerra Bianca in modo da non dimenticare il sacrificio di tutti gli italiani deceduti sulle montagne. Inoltre, in questo periodo di grande tensione mondiale, ritengo importante ricordare cos’è realmente la guerra, quella che uccide i nostri figli in solitudine sulle montagne, disperati e infreddoliti, e non quella combattuta in silenzio a migliaia di chilometri da casa nostra. Stefano Torrione ha omaggiato il ricordo di quei soldati scattando delle bellissime fotografie, io cercherò di farlo attraverso questo articolo. Buona lettura!

Intervista a Stefano Torrione

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Stefano Torrione

Ho guardato il videodiario pubblicato da National Geographic e mi ha colpito molto una frase che lei ha detto, ovvero: “l’impressione più forte che ho ricavato facendo questo reportage è il contrasto evidente e forte tra i metalli, i ferri e le ruggini delle bombe e dei cannoni rispetto alla quiete, al silenzio e al bianco del grande ghiacciaio”. Ecco, vorrei partire da qui, dal contrasto tra la natura e l’uomo.

Per me è stata un’enorme sorpresa trovare una così grande quantità di reperti sul ghiacciaio. La gente del posto lo dà per scontato, loro sono nati con la guerra e hanno sempre avuto sotto gli occhi questi ritrovamenti, ma per uno come me, forestiero, straniero, è un impatto brutale quello di trovare metalli, reperti, fusti di cannoni, depositi di bombe ma anche solo una staffa, un palo di una baracca. Capisci immediatamente che c’è qualcosa che stona, portare i soldati a vivere e a combattere in un posto così sembra immediatamente sbagliato. Questo è stato l’impatto più sorprendente.  Quando si arriva al cannone di Cristacroce è uno shock, innanzitutto perché lo si vede all’ultimo momento ed è un impatto incredibile, poi perché è un cannone che ha sparato fino in Libia e se leggi la storia ti colpisce ancora di più.

Lei ha detto che la Guerra Bianca è stata una guerra dentro la guerra, cosa intendeva con questa frase?

La guerra si immagina in altri posti. Il primo conflitto mondiale  è stato una guerra nella guerra perché le manovre sono iniziate per aggirare i forti che gli austriaci avevano innalzato. Perché gli italiani hanno iniziato ad andare sui ghiacciai e gli austriaci anche? Perché la situazione del Trentino prevedeva dei forti che bloccavano gli accessi ad intere valli e città, quindi hanno cominciato a pensare di scalare le montagne per fare delle operazioni di aggiramento dei blocchi. Da lì hanno poi portato materiali in alta quota, hanno cominciato a viverci e a fare battaglie, quindi è una guerra nella guerra perché è un aspetto particolare della guerra. Le statistiche dicono che su tre soldati uno solo moriva di pallottole, gli altri morivano per malattie e per valanghe. I soldati delle trincee quasi venivano visti come raccomandati che andavano a salvarsi quando venivano mandati in montagna, in realtà le condizioni erano tali che non sopravviveva quasi nessuno. Nel ‘16 c’erano state nevicate pazzesche e valanghe impressionanti per cui non era una vita facile, anche se chiaramente non era la macelleria dell’Isonzo o del Piave.

Con questo reportage lei non ha solo riportato alla luce momenti di vita, e di morte, del passato, ma ha anche testimoniato un fatto storico che a volte non viene ricordato, ovvero la guerra in alta quota. Il suo compito quindi non è stato solo di fotografo, ma in un certo senso anche di storico. Si sente un po’ uno storico?

No, assolutamente. Non basta una vita per essere storici, è uscito recentemente il libro di Diego Leoni, che ha dedicato una vita intera sulla guerra in alta quota [La guerra verticale, 2015, Giulio Einaudi Editore]. Lui è uno storico vero, ha dedicato la vita alla documentazione. Io resto uno che fa documentazione con la fotografia, vado a cercare aspetti interessanti o che mi colpiscono, e cerco di approfondirli. Prima del 2013 non avrei mai pensato di occuparmi della Grande Guerra, poi la fotografia mi ha dato l’opportunità di imparare e di scoprire anche questo argomento. Sapere la storia della Prima Guerra Mondiale fa diventare persone migliori, 600.000 italiani morti testimoniano un sacrificio che non va dimenticato. Quando le studi a scuola sembrano solo numeri e dati, invece leggere i diari di chi stava in montagna è tutta un’altra storia. Non sono uno storico, resto un fotografo. Sul mio blog ho anche scritto che non sono un alpinista: è la fotografia che mi manda lassù, che mi spinge ad esplorare e a fare cose che forse non avrei mai fatto.

La grotta del Cavento. Ho letto che questo luogo l’ha colpita moltissimo, richiamandola a sé più volte: vuole parlarne?

La grotta del Cavento secondo me è un po’ il cuore di tutto il lavoro. Il Cavento ha una storia incredibile, già da com’è nata: è stata costruita dagli austriaci, poi conquistata dagli italiani, ripresa dagli austriaci e riconquistata dagli italiani. E’ stata per novant’anni congelata completamente, nel 2006-2007 è ricominciato ad affiorare qualcosa perché sono stati anni molti caldi e da lì hanno scavato e hanno trovato la grotta, interamente ghiacciata. Hanno fatto un recupero con le Sovraintendenze e i volontari, un recupero straordinario: dentro c’era di tutto, oggetti sia austriaci sia italiani, era una specie di freezer della memoria. Come hanno scongelato il ghiaccio è venuto fuori di tutto, è un posto incredibile. Il ghiaccio si sta già riformando lentamente, la grotta si trova a 3.400 metri. Per me è stato un lavoro molto difficile, sono dovuto tornare tre, quattro volte, perché non riuscivo a trovare una fotografia che mi desse soddisfazione: il luogo è tutto al buio, c’è ghiaccio, piove, gocciola e c’è vapore, tutte difficoltà tecniche molto alte. Inoltre c’è un senso di claustrofobia incredibile, dopo un po’ bisogna uscire. Lì ci vivevano cinquanta soldati, ora è visitabile ma e’ necessaria una guida perché si va sul ghiacciaio. Comunque non ha nessuna difficoltà particolare, è visitata da circa cinquecento alpinisti l’anno. Lì c’è tutto il senso del lavoro: il ghiaccio che conserva e che rilascia è la sintesi della Guerra Bianca.

Con il reportage del Tor Des Géants ha testimoniato un importante evento della Valle d’Aosta, ha in programma altri progetti riguardanti il territorio valdostano? O altri progetti futuri in generale?

Sto sviluppando un progetto sulle Alpi, che coinvolgerà anche la Valle d’Aosta, sul patrimonio immateriale e sulla ritualità alpina.

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