Vita rara

Sala d’aspetto

La sala d’aspetto dell’ambulatorio di neurologia, stranamente, è deserta. Penso di non averla mai vista così, mi mette persino a disagio. Fuori da qui le persone corrono disordinatamente tra i corridoi affollati, scontrandosi tra loro come facendo a gara a chi arriva prima al traguardo. Sento telefoni squillare, persone domandare informazioni, infermieri correre in tutte le direzioni. La vita in ospedale è caotica, riflesso delle mille vite spaventate e risolute che vagano in questi corridoi alla ricerca di una risposta e di una soluzione che migliori la loro esistenza. Ad aprile saranno dieci anni che cammino tra questi stessi corridoi e, seppur consapevole che nel tempo essi sono cambiati, a me sembrano identici ad allora. Nella sala d’aspetto il tempo sembra essere sospeso, come fosse un’anticamera tra l’esistenza normale che si è abituati a vivere ed una nuova vita sconosciuta che sarà presto svelata, fatta di medicine ed operazioni. Riesco quasi a vedere una Elena tredicenne di fronte a me, mentre osserva con occhi spaventati in ogni direzione, stringendosi forte tra le braccia della mamma ma tenendo il busto dritto per dimostrare coraggio. Riesco a ricordare in modo estremamente vivido tutte le emozioni che quella sala d’aspetto mi trasmetteva: preoccupazione, ansia, paura, incertezza, disagio, speranza. Eppure le ricordo sbiadite, come fossero solo un ricordo di un’esistenza passata. Ora che mi trovo nuovamente qui, seduta su quella stessa sedia che occupavo a soli tredici anni, non provo più le stesse emozioni di allora. Sarà che sono diventata adulta, sarà che dopo tutto quello che ho passato non mi lascio più abbattere né da un commento crudele, né da una porta chiusa in faccia. Ma da cosa deriva questa differenza, questa consapevolezza che cambia la percezione che ho del mondo? Ho avvolto il mio cuore in un confortante giubbotto antiproiettile oppure l’ho reso inaccessibile? Al pronto soccorso il medico ha avuto la faccia tosta di dire che i miei svenimenti dopo dovuti ad un fattore psicologico. Fino a qualche anno fa mi sarei indignata, iniziando ad urlare e sguinzagliando mamma per i corridoi finché non avessi ricevuto delle scuse, finché non mi fosse mostrato il dovuto rispetto. Ma oggi no, oggi ho guardato quel medico insensibile negli occhi senza provare alcun sentimento e ho annuito. Sono perfettamente consapevole che non si tratta di un problema psicologico, che quel medico dovrebbe solo vergognarsi di sé stesso e che magari, per giustizia morale, gli si dovrebbe rimuovere la licenza. Eppure questo affronto non mi tocca, mi scivola via. E’ perché sono maturata e ho capito che non posso combattere l’ignoranza? O semplicemente ho perso fiducia nelle persone e mi sono arresa alla realtà del mondo?
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Le immagini delle varie sale d’aspetto che ho visto negli anni si accavallano una sopra l’altra nella mia mente, ricordandomi che in passato non ho mai trovato una sala d’aspetto che non fosse stracolma di gente in attesa di conoscere, in un certo senso, il proprio destino. È un particolare curioso, che mi fa sorridere. Ora che io finalmente conosco il mio destino, ora che me lo sto creando faticosamente giorno dopo giorno, quella sala d’aspetto sempre piena ed opprimente, che ha riempito le mie giornate di paura e preoccupazione, è improvvisamente vuota. La realtà dei miei ricordi è molto differente: è fatta di lacrime e preoccupazione di familiari affranti, di lamentele perché era necessario aspettare a lungo seduti su una sedia scomoda, di rabbia perché i medici non arrivavano mai e il biglietto del parcheggio stava scadendo, di paura perché l’esito dell’esame avrebbe potuto cambiare per sempre la vita di qualcuno. Ma qui, oggi, ci siamo solo io e un senso di vuoto che mi attanaglia lo stomaco. Vorrei scappare via il più velocemente possibile, ignorando tutti e facendomi largo tra la folla di persone che sento parlare qui fuori. Il motivo della fuga, però, questa volta sarebbe diverso. So già cosa si nasconde dietro la porta del medico, l’ho visto in questi lunghi anni di malattia: c’è una visita, poi due, poi tre; c’è un ricovero, due, e tre; una prima diagnosi, una seconda, una terza; una terapia farmacologia che si spera possa servire, poi un’altra, e un’altra ancora; magari un intervento per sistemare le cose, un secondo, e un terzo. Questa volta non voglio scappare perché tutto è nuovo ed io ho paura, no. Questa volta voglio scappare perché so perfettamente cosa mi aspetta e preferirei fare penitenza sui ceci, o camminare sui bracieri ardenti, piuttosto di ripercorrere quella via un’altra volta. Sarà che sono stanca, sarà che dieci anni e otto interventi alla testa dopo la mia mente rifiuta qualunque tipo di soluzione che comporti altre lotte ed altri esami medici. Arriva un momento, nella vita di un malato cronico, in cui la mente si ribella e cerca in ogni modo di fuggire dalla realtà. In questo momento è esattamente ciò di cui ho bisogno, perché gli ultimi tre mesi sono stati durissimi e la mia psiche ha ricevuto colpi che non era pronta parare. Tra l’università, il lavoro, l’aver detto addio a mio padre, la città nuova, le nuove abitudini, la malattia e la morte della mia cagnolina, mi è sembrato di impazzire. Sono caduta, come tante altre volte prima di oggi, e il risultato è questa sala d’aspetto. Un po’ mi rincuora sapere che, nella lotta che stavo combattendo, sono andata al tappeto solo adesso: significa che sono forte, che sono in grado di resistere agli attacchi e, perché no, che sono anche in grado di difendermi dalla maggior parte di essi. Dopo aver ricevuto tutti quei colpi, però, l’unica possibilità per sopravvivere era sventolare la bandiera bianca e prendermi un attimo di pausa. Così ho fatto, perché se c’è una cosa che la malattia mi ha insegnato è di dover ascoltare il mio corpo per dargli ciò di cui ha bisogno. E se ciò che necessita adesso è un momento di debolezza, che sia. Ho affrontato ciò che si nasconde dietro a quella porta molte volte, so di essere in grado di vincere. A volte il coraggio non è affrontare il dolore a testa alta, a volte è semplicemente farsi indietro per rimettere insieme i pezzi della propria anima. Questo atteggiamento non rende più deboli, non compromette la forza di volontà di una persona. E’ semplicemente autoconservazione, è tirare la testa fuori dall’acqua quando si sente di essere sul punto di affogare. Un respiro profondo dopo l’altro tornerò ad affrontare il mondo e a quel punto starà a me decidere se affondare la testa nell’acqua rimanendo in apnea oppure se buttarmi nell’oceano con le pinne ed un boccaglio.

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