Attualità, Le loro voci

Resilienza

Premessa: in questo articolo verranno riportate frasi di un’intervista avvenuta tra me e nove ragazzi nigeriani richiedenti asilo ad Aosta. Essendo una conversazione tenutasi in lingua inglese mi sono permessa di apportare qualche modifica stilistica, dato che la traduzione letterale sembrava forzata e poco attinente al resto del testo. Non me ne vogliate, non ho cambiato il senso delle frasi pronunciate dai giovani, le ho solo rese in un italiano migliore. Buona lettura.

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“Portate i vostri bimbi sulle spalle, affinché il loro occhi possano guardare lontano”.
Proverbio nigeriano

Cammino veloce cercando di farmi strada tra i passanti, evitando con agile maestria i lastroni di ghiaccio che ricoprono il marciapiede. Il freddo mi blocca il respiro, dentro le tasche della giacca le mie mani si muovono veloci in una danza insensata e scoordinata, alla ricerca di un po’ di calore. Non ho mai sofferto il freddo, anzi, eppure oggi mi ritrovo mentalmente a pregare che i nove ragazzi nigeriani da cui mi sto dirigendo abbiano acceso il riscaldamento. Afferro il telefono e controllo nuovamente l’indirizzo del loro appartamento, accertandomi che sia corretto poiché vagamente spaventata all’idea di dover ricominciare a camminare a quelle folli temperature. Ho appuntamento con Babacar Diakhaté, un ragazzo simpaticissimo e pieno di energia che ho conosciuto durante il periodo estivo, alla Festa di fine Ramadan organizzata dall’associazione Baobab. Non lo sentivo da mesi e sono rimasta piacevolmente sorpresa quando mi ha chiamata, incaricandomi di scrivere un articolo per il mio giornale. Da tempo Babacar collabora con la cooperativa ENAIP, una rete nazionale che offre servizi per l’istruzione, la formazione professionale e il lavoro, e, quando nove ragazzi nigeriani richiedenti asilo in Valle d’Aosta hanno preso la bella iniziativa di mettersi a spalare la neve per le vie della città, mi ha subito contattata. I giovani risiedono in Valle dallo scorso luglio, hanno tutti fatto la richiesta di protezione internazionale e sono in attesa di essere chiamati dalla commissione che esaminerà il loro caso. La cooperativa ENAIP ospita un totale di 32 migranti provenienti dalla Nigeria, dalla Guinea, dal Gambia, dal Senegal e dal Bangladesh. Ad occuparsi di questi ragazzi sono quattro persone, alcuni collaboratori esterni, due ragazzi del servizio civile e 15-20 volontari, che assicurano cinque ore di studio di italiano tutte le mattine. Fin dal primo istante ho amato profondamente questo incarico, sentendomi molto vicina alle tematiche sociali e amando scrivere di diritti umani e di attualità. Mi devo incontrare con i ragazzi alle 17 perciò mi guardo intorno sperando di veder arrivare il mio accompagnatore, l’emozione per quest’incontro è tanta e non vedo l’ora di cominciare. Mentre aspetto che arrivi, però, accade l’imprevisto: Babacar mi chiama dicendomi che non potrà partecipare all’incontro e che quindi sarò costretta a fare l’intervista da sola. “Dio mio” penso sgomenta, “dovrò parlare in inglese senza nessuno ad aiutarmi”. Non ho mai avuto grandi problemi con l’inglese, eppure pensare di fare un’intervista così importante tutta da sola mi intimorisce un po’. Non ho il tempo di farmi prendere dal panico che due ragazzi escono dalla porta del condominio in cui stavo per entrare e iniziano a fissarmi, probabilmente chiedendosi se sia io la giornalista che devono incontrare. “Ci siamo” dico tra me e me, prendendo un profondo respiro, “mal che vada farò fuori il 3G utilizzato Google Translate”. Mi avvicino e stringo loro la mano, salutandoli con uno squillante hello che risuona teso e disperato alle mie stesse orecchie. Spero vivamente di essere all’altezza dell’incarico che mi è stato affidato, considero questo incontro un’imperdibile occasione di crescita personale (niente da fare, il sociale mi attira a sé come la luce le falene). I ragazzi sembrano sollevati dal fatto che io parli inglese, li capisco perché per quanto si possa conoscere una lingua la paura di sbagliare è un tarlo dispettoso che tormenta tutti quanti e fa vacillare anche la persona più sicura di sé. Mi accompagnano nel loro appartamento e appuro con piacere che il riscaldamento è acceso e funziona alla grande. Sorrido, ringraziandoli uno ad uno con il pensiero. L’istante dopo tutti e nove i giovani appaiono davanti ai miei occhi, sorridenti e pieni di vita. Mi accolgono con un po’ di imbarazzo ma in modo estremamente cortese, ringraziandomi per essermi recata a casa loro per intervistarli e facendomi accomodare sul divano. Non è ciò che mi aspettavo, lo confesso. Riescono a mettermi subito a mio agio e sono loro grata per questo, temevo che le differenze culturali e soprattutto linguistiche avrebbero creato del disagio e invece avviene l’esatto opposto: la loro semplicità mi invoglia a conoscere la loro storia per poterla raccontare e gli errori grammaticali che mi rendo conto di fare mentre parlo, invece di mandarmi in paranoia, ci fanno sorridere e annullano qualsiasi barriera. Non perdo tempo e comincio subito la mia intervista, chiedendo loro il motivo per cui si sono ritrovati a spalare la neve lungo la via sotto casa.img_20170113_192430_310 «Le strade erano completamente invase, ci siamo sentiti socialmente responsabili. Il nostro coordinatore era con noi e ci è venuta l’idea di uscire ad aiutare» mi racconta Akhere Okaka, sforzandosi di parlare il più lentamente possibile per permettermi di capire (vi assicuro che l’inglese che si studia a scuola, quello di Cambridge, non assomiglia neanche lontanamente a quello che sento uscire dalle labbra di Akhere!, fortunatamente ho l’abitudine di registrare le mie interviste quindi potrò riascoltare ogni parola questa sera per molte, moltissime volte.) Tra tutti i ragazzi Akhere mi sembra quello più a proprio agio, ha un sorriso dolcissimo e mentre lo ascolto non posso fare a meno di immaginarmelo a casa sua, in quella Nigeria che ho conosciuto da bambina guardando Alle falde del Kilimangiaro su Rai 3 o sul National Geographic, in quella bella Africa che è la culla dell’umanità e che mi ha sempre dato un senso di appartenenza, anche se mai l’ho conosciuta e chissà se mai la conoscerò. Nella mia testa è sempre stato un luogo pacifico, caratterizzato da balli e colori sgargianti, non esattamente l’immagine che ne danno i telegiornali, macchiata di sangue e violenze quotidiane. «Era la prima volta che vedevamo la neve, è stato eccezionale!» continua Akhere, ricordandomi il motivo per cui sono lì. «Eravamo felicissimi, la neve scendeva e tutto era bianco, eravamo al settimo cielo! Volevamo dare assistenza alle persone che non riuscivano nemmeno ad uscire dai parcheggi con le macchine, volevamo solo essere d’aiuto. E’ molto importante migliorare le relazioni nella comunità». Questa frase mi colpisce molto, poiché ne colgo la sincerità. Cercherà di trasmettermi questo senso di collaborazione e civiltà per tutta l’intervista, facendomi capire quanto a fondo questa responsabilità sia radicata in lui. Lo ammiro molto, condivido lo stesso spirito civile e mi rincuora sapere che al mondo esistono persone che ancora la pensano in questo modo. «L’Italia è un Paese che non conosciamo, i rapporti tra le persone sono diversi da come siamo abituati. Le nostre azioni spesso vengono fraintese, ma non è cattiveria: è così che siamo abituati a vivere, è la nostra cultura» mi spiega.  A tal proposito Silvia Squarzino, coordinatrice del servizio accoglienza che li ha presi in carico, ha commentato telefonicamente: «cerchiamo di educarli al comportamento da assumere in Italia, dal modo di salutare le persone al modo di parlare. Per esempio, i ragazzi sono abituati a parlare ad alta voce, tutti insieme: ovviamente in Italia viene percepito in modo negativo perché siamo più calmi e pacati, ma è solamente un’abitudine diversa. La cooperativa cerca di fare da ponte tra loro e la realtà che trovano sul territ
orio». In effetti posso notare che si stanno sforzando moltissimo a rimanere tranquilli e in silenzio. Un’impresa a mio parer lodevole dato che, 
io per prima, sto facendo fatica a rimanere zitta, volendo fare mille domande ma sapendo di dovermi contenere. Decido allora di chiedere cosa ne pensano del nostro Paese e della nostra Regione, considerate le evidenti differenze. «Aosta è un posto accogliente, è bello stare qui» continua con emozione Akhere, «amiamo il vostro paese ma più di tutto ci piace Aosta, speriamo di poter rimanere qui perché ci troviamo molto bene, non ci sono mai problemi e vorremmo lavorare. Adesso stiamo facendo qualche lavoretto di volontariato ma vorremmo fare molto di più, passiamo le giornate a casa e ci annoiamo molto». In effetti i ragazzi mi raccontano che purtroppo sono costretti a passare le giornate chiusi in casa, guardando la televisione e studiando ogni tanto, quando i volontari si recano da loro per dare lezioni di italiano. Provo ad immedesimarmi in loro e rabbrividisco al pensiero di sentirmi intrappolata in quattro mura, con il mondo intero pronto ad accogliermi a due passi da me. Silvia Squarzino mi spiega che «i ragazzi hanno tanto tempo libero, anche se cerchiamo di occuparli con corsi di italiano o azioni di volontariato. Questo gruppo di nigeriani è molto intraprendente, accettano qualsiasi attività venga loro proposta. Hanno l’esigenza e la voglia di occupare il tempo, di integrarsi e di farsi accettare. Quando proponiamo un’attività a tre di loro poi si presentano in dieci!». 

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In ordine sparso: Akhere Okaka, Okoughenu Jeremiah, Francis Ebundonihia, Frank Chucks, Kelly Akubeze, Osagie Aghayere, Uwague Godspower, Austine Ekos e Oghenero Victor

Fuori comincia a farsi buio, i lampioni della città si accendono. Io e i ragazzi neanche notiamo che il sole è ormai sparito dietro le montagne innevate, troppo occupati a cogliere le più piccole sfumature del discorso che stiamo tentando di portare avanti. «Vogliamo essere felici ed essere orgogliosi di noi stessi, la dignità e il rispetto sono le cose più importanti» afferma Akhere con risolutezza, seguito dai cenni di assenso dei suoi amici. «Le più importanti» ribadisce uno dei ragazzi, annuendo convinto. Sarà la prima e l’unica frase che dirà durante l’intervista, ma sarà una di quelle che più mi rimarranno nel cuore. Akhere torna a guardarmi, scandendo piano le parole per assicurarsi che io possa seguirlo nel ragionamento. «Siamo brave persone, non vogliamo che ci associno a delinquenti o persone immorali. Siamo ragazzi positivi e vogliamo far parte di una comunità unita. Quando scendiamo in strada ci rendiamo conto delle occhiate che ci lanciano, notiamo di essere trattati in modo diverso. Non è bello. A volte salutiamo le persone che conosciamo per strada e loro non ricambiano, o fingono di non averci mai visti prima. Cerchiamo di adattarci, abbiamo sempre creduto che il cambiamento è possibile se ci si tratta gentilmente, con pazienza e rispetto gli uni con gli altri». Mi rendo conto che più l’intervista va avanti, più sento un peso opprimermi il petto. Come mi comporterei, io, se scendendo per strada la gente mi guardasse con odio e sospetto? Come reagirei sentendoli parlare tra di loro usando nomignoli dispregiativi ed offensivi? Sinceramente dubito che avrei il sorriso raggiante che hanno questi ragazzi, dubito che mi impegnerei così tanto ad aiutare una comunità che mi disprezza. Come accidenti fanno?, mi chiedo. Ho sempre pensato che la capacità di creare il bene dove si può notare solo il male fosse una qualità encomiabile ed ora più che mai ne sono convinta. «L’unico modo per cambiare la visione che gli europei hanno di noi migranti, e nel nostro caso dei neri e degli africani, è quella di parlare alle persone» continua Akhere, «la gente pensa che i neri siano dei selvaggi pronti a fare loro del male, hanno paura ed è comprensibile perché ascoltano le dicerie sugli africani cattivi e credono che tutti siano così. Solo parlando con le persone, raccontando la nostra cultura e partecipando ad attività di volontariato a contatto con la comunità potremo cambiare l’immagine che si ha dell’immigrato, che non è venuto in Italia per rubare ma per vivere pacificamente». A questo punto mi vedo costretta a bloccarlo, poiché a causa dell’entusiasmo ha cominciato a parlare troppo velocemente ed io ho capito una parola su cinque. Scoppia a ridere divertito, ripetendo le ultime parole con gentilezza. «L’unico modo per capire che non siamo tutti cattivi è quello di conoscerci. I media trasmettono un’immagine di noi che non corrisponde alla verità, tutto ciò che vogliamo è rendere le persone consapevoli che esistono anche migranti bravi, capaci di vivere in una comunità e di fornire un contributo positivo». Da quando ha cominciato a parlare non ho ancora smesso di annuire, rapita dall’effetto che le sue parole hanno su di me. Sono sempre stata piuttosto suscettibile al tema dei migranti, un po’ per un’innata sensibilità verso il prossimo e un po’ per semplice ragionevolezza e umanità. Mi sono sempre indignata di fronte all’odio e all’ignoranza, non sapendo come rapportarmi a sentimenti tanto estranei alla mia persona. Alla rabbia di chi si infervora dicendo: “a quelli lì danno 35 euro al giorno: 1.050 euro al mese per non fare niente ed io che ho lavorato quarant’anni mi ritrovo con una pensione di 800!” non ho mai risposto.
Non perché non saprei come replicare, sono piuttosto informata sull’argomento, IMG-20170113-WA0012.jpgma perché un insopportabile groppo alla gola mi blocca il respiro ogni volta che mi ritrovo di fronte a tanta ignoranza. Come si può essere tanto ottusi, tanto rancorosi verso un essere umano di cui non si conosce nemmeno la storia? E’ vero che il costo medio per l’accoglienza di un rifugiato o di un richiedente asilo è di 35 euro al giorno, ma di quei soldi i migranti percepisco appena 2.50 euro. Il denaro restante, 34.50 euro, viene erogato agli enti gestori dei centri di accoglienza e serve a coprire le spese di gestione e manutenzione, ma anche a pagare lo stipendio degli operatori che ci lavorano. Io non sono mai stata una cima in matematica (forse dovrei smettere di dirlo dato che adesso lavoro in banca…) ma per quanto mi riguarda significa che, al mese, questi ragazzi percepiscono 75 euro. «Giusto i soldi per comprarsi le sigarette e la ricarica del cellulare» afferma Silvia Squarzino. “Considerate se questo è un uomo”, mi verrebbe da dire. Come al solito basterebbe informarsi prima di parlare.

Il cellulare comincia a squillare, ricordandomi che fuori da questa stanza ho delle responsabilità e una madre che mi sta aspettando alla stazione dei pullman per darmi un passaggio fino a casa. Cercando di non urtare i loro sentimenti e la loro sensibilità provo a chiedere qualche particolare sul viaggio terribile che hanno dovuto affrontare per arrivare in Italia. Sul loro viso cala un’ombra cupa, riconosco immediatamente lo sguardo di Akhere: mi guarda con gli occhi di chi ha vissito la sofferenza più profonda. Il dolore che leggo in quelle iridi scure mi fa rabbrividire, potendo io capire cosa si prova ad osservare l’abisso con la consapevolezza di essere sul punto di affondare, seppur per situazioni molto differenti. «Appartiene al passato» mi dice, guardando poi i suoi compagni per capire se vogliono dire qualcosa in più. Gli altri non aprono bocca, persi in ricordi terribili. «Bisogna dimenticare» commenta sottovoce Kelly Akubeze, chiudendo gli occhi e muovendo le mani come a spazzar via un brutto ricordo. Prima di andarmene, c’è un’ultima domanda che mi sento di fare, una domanda che vuole denunciare un fatto che ai miei occhi appare ignobile e meschino.”Come vi sentite nei confronti dell’Italia e dell’Europa? Se poteste descrivere i vostri sentimenti con una parola, quale sarebbe?” Ho immaginato diverse risposte possibili per questa domanda, ma su una sola avrei puntato tutti i miei soldi. Avrei scommesso senza pensarci due volte che, con sguardo tradito e scoraggiato, mi avrebbero risposto che si sentivano abbandonati da questa società dura e senz’anima che tenta in ogni modo di respingerli, dichiarando pubblicamente che sarebbe meglio lasciarli morire nelle fredde acque del Mediterraneo. Con tutta la promulgazione razzista a cui siamo sottoposti quotidianamente, sarebbe stata la risposta più scontata. Ma per l’ennesima volta quei nove incredibili ragazzi mi hanno stupida, rispondendo in coro un’unica potentissima frase: «we are grateful», che letteralmente significa «siamo grati». Mentre pronunciano quelle poche parole sorridono con le labbra, con gli occhi, con il cuore. Non ci sono altre parole, tutto sparisce di fronte alla loro umiltà e al loro coraggio. Ed io mi ritrovo a pregare un Dio in cui non credo, ringraziandolo di averli salvati alla violenza del mondo e di averli messi sul mio cammino, permettendomi di conoscere il vero volto dell’umanità.

 

“We’ve always believed that change is possible if people are gently, patient and good to each other”

-Akhere Okaka

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