Vita rara

Un anno e cinque mesi

Per un anno e cinque mesi mi sono rifiutata di fare flebo per paura di tornare ad essere la ragazza malata costretta a passare le sue giornate in una stanza d’ospedale e a dover rinunciare ai propri sogni. Speravo che questo giorno non arrivasse mai, l’idea di ricominciare a fare flebo mi terrorizzava. Ero convinta che per riprendere in mano la mia vita dovessi mettere da parte tutte le abitudini ospedaliere e fondamentalmente tutto ciò che riguardava la mia patologia. Ho quindi eretto un muro tra me e la mia malattia, spesso ignorandone i sintomi e nascondendone i disturbi. Era quello di cui avevo bisogno eppure mi ha imprigionata nella gabbia delle mie paure. Il mio desiderio di liberarmi di queste abitudini era talmente potente da farmi dimenticare ciò di cui il mio corpo aveva bisogno.

Temevo che ricominciando a fare flebo sarei ricaduta in un circolo vizioso: più avessi fatto flebo, più ne avrei avuto bisogno. Ero terrorizzata da questo pensiero, così tanto che per un anno e cinque mesi mi sono costretta a sopportare il dolore senza fiatare, obbligando il mio corpo ad uno sforzo inimmaginabile. Oggi una persona mi ha scritto: “le mal fatigue ton corps, je comprend que ce soit difficile à accepter mais c’est la solution pour ton bien être. Ta santé passe avant tout, dis toi que c’est une dose d’amour qui va entrer dans ton corps et soigner ce mal”.

E finalmente ho aperto gli occhi.

Il mio corpo ha lottato con tutto sé stesso per dieci anni, sopportando un dolore inimmaginabile, resistendo ad inteventi, esami, stress e paura. È grazie a lui se sono sopravvissuta. E in quest’ultimo anno e cinque mesi io cos’ho fatto? Invece di ringraziarlo l’ho obbligato a sopportare altro dolore. L’ho fatto perché avevo bisogno di convincermi che io non sono la mia malattia. Ora l’ho capito, ce l’ho fatta. Ho vinto. Quindi eccomi qui, a dare al mio corpo ciò di cui ha bisogno. Perché non sono solo questo, no. Sono molto di più.

E lo sto dimostrando ogni giorno.

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