Elena

Oblio

E’ passato un anno da quando ho deciso di intraprendere il mio percorso universitario a Genova. Sono accaduti un sacco di avvenimenti da allora: ho cambiato facoltà due volte, sono tornata ad Aosta e ho cominciato a lavorare, ho abbandonato gli studi a Genova e mi sono preparata ad affrontarli qui nella mia bella Valle. Affrontare tutti questi cambiamenti mi ha fatto scoprire lati del mio carattere che ancora non conoscevo e ne ha risvegliati altri che tanto mi mancavano. Penso spesso alle lezioni che ho seguito in quei pochi mesi di frequenza universitaria, ai ragionamenti che occupavano la mia mente durante notte e alle meravigliosi sensazioni che lo studio mi dava. Qualche giorno fa, per qualche motivo, ripensando ad una di quelle belle lezioni, mi è tornato in mente un argomento affrontato alla lezione di archivistica generale verso i primi di ottobre. Erano i primi giorni di corso ma eravamo partiti con il ritmo giusto, andando ad analizzare i principi più importanti dell’archivistica.

Verso la fine della lezione il professore, trasportato dall’atmosfera piacevole e quasi intima che si era andata a creare (quel giorno in classe eravamo solo in due studenti, purtroppo l’archivistica non ha un ampio pubblico di appassionati) aveva toccato un argomento che sta un po’ ai bordi della materia, un diritto fondamentale che non avevo mai sentito e che mi ha fatto provare una sensazione estremamente spiacevole: il diritto all’oblio. È un diritto confuso e spesso impraticabile, la cui finalità è donare dignità alla persona. In giurisprudenza tale diritto è riconosciuto come “il diritto a non restare indeterminatamente esposti ai danni ulteriori che la reiterata pubblicazione di una notizia può arrecare all’onore e alla reputazione, salvo che, per eventi sopravvenuti, il fatto precedente ritorni di attualità e rinasca un nuovo interesse pubblico all’informazione“. Si tratta quindi del diritto di un individuo ad essere dimenticato e a non essere ricordato per fatti che furono oggetto di cronaca in passato. In sostanza, “un individuo che abbia commesso un reato in passato ha il pieno diritto di richiedere che quel reato non venga più divulgato dalla stampa e dagli altri canali di informazione; a condizione che il pubblico sia già stato ampiamente informato sul fatto e che sia trascorso un tempo sufficiente dall’evento, tale da far scemare il pubblico interesse all’informazione per i casi meno eclatanti”. Il diritto all’oblio riguarda i colpevoli, i carnefici, i cattivi della storia. Ma le vittime non hanno forse ancora più il diritto di essere dimenticate? Non fraintendetemi, non cerco di dire che dovrebbero essere cancellate dalla storia. Trovo solo che sia estremamente triste che, in alcuni casi, la vita di una persona venga associata esclusivamente al criminale che l’ha uccisa o ha usato violenza su di lei. In archivistica l’importanza del diritto all’oblio è meno essenziale ma comunque rilevante. Pensate ad esempio se, e qui chiedo venia perché la mia immaginazione volerà altissima, un giorno un archivista trovasse un documento andato perduto per secoli in cui Jack lo Squartatore dichiara la sua vera identità. Ai fini storici quel documento sarà indubbiamente considerato una scoperta di inestimabile valore, ma io mi chiedo: e per quanto riguarda le vittime del serial killer? E le famiglie di tali vittime? Storicamente parlando il fatto che siano eventi di 119 anni fa è irrilevante. Se comprimessimo la storia del mondo in appena ventiquattro ore, quei 119 anni equivarrebbero a meno di una frazione di secondo. Ma questo ci autorizza a fare ulteriore violenza sulle vittime del killer? Ecco che qui entra il gioco la morale e, nel caso più specifico, il diritto all’oblio. Quelle donne non hanno forse il diritto ad essere dimenticate? A non essere associate ogni volta al nome di un mostro? Non meritano forse di trovare pace?

Non faccio altro che pensarci.

Ed ora eccomi qui, in un momento di relax, a scorrere la lista di film su Netflix. Tra questi, mi attira un documentario “Josef Fritzl: Story Of A Monster“. Il nome forse non vi dirà nulla ma, come me, ricorderete perfettamente chi egli sia dopo un breve riassunto. Era il 2008 quando al TG annunciarono la notizia: una ragazza austriaca scomparsa per ben 24 anni fu ritrovata e la storia che raccontò fu agghiacciante. Il padre, Josef Fritzl, l’aveva rapita e tenuta segregata in uno scantinato sotto casa sua, un bunker progettato fin nei minimi dettagli che, per anni e anni, diventò teatro di abusi e torture d’ogni tipo. L’uomo aveva abusato sessualmente di lei per 24 anni, nascosto in quell’antro buio e desolato, dandole persino sette figli. E’ una storia che mi colpì moltissimo già da bambina: fino a quel momento pensavo che i mostri esistessero solo nelle favole, quel giorno capì che esistevano anche nella vita reale. Ho immediatamente cliccato sul tasto play del film, volendo tornare con la memoria a quel giorno e poter così ricordare meglio quegli eventi. Ma a pochi minuti dall’inizio, un colpo al cuore: il diritto all’oblio. Come posso guardare quel film, sapendo che quella ragazza ha il diritto di essere dimenticata? Per quanto riguarda quel mostro, dal mio punto di vista, ha perso quel diritto nel momento in cui ha commesso quell’orribile crimine. Ma la ragazza? Come posso farle violenza anch’io, dopo tutta quella che ha già subìto? E non le sto forse facendo violenza anche adesso, riportando quella vicenda alla luce e permettendo anche a voi di ricordarla?

Continuo a chiedermi dove sia il limite tra la storia e la morale. Da amante della storia e spero futura archivista, dovrei essere votata unicamente alla ricerca di documenti che attestano eventi realmente accaduti. Ma da essere umano la questione cambia. Da persona, da donna, con una mia coscienza ed una mia morale, come posso non volermi allontanare dalla barbara realtà dei fatti? Come posso non voler proteggere la memoria e i diritti di quella donna? E i diritti di tutti coloro che rientrano della categoria di chi vuole essere dimenticato? Non credo che troverò mai una risposta ma, in cuor mio, sento di dover portare rispetto. Ed è quindi con umiltà che scelgo di guardare un altro film.

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