Vita rara

De brevitate vitae

Noi non disponiamo di poco tempo, ma ne abbiamo perduto molto.
La vita è lunga abbastanza e ci è stata data con larghezza per la realizzazione delle più grandi imprese, se fosse impiegata tutta con diligenza; ma quando essa trascorre nello spreco e nell’indifferenza, quando non viene spesa per nulla di buono, spinti alla fine dall’estrema necessità, ci accorgiamo che essa è passata e non ci siamo accorti del suo trascorrere.
È così: non riceviamo una vita breve, ma l’abbiamo resa noi, e non siamo poveri di essa, ma prodighi.

-Seneca

Ultimamente mi ritrovo spesso a fare i conti con la mia vita, chiedendomi cosa potrei fare per viverla a pieno nonostante la mia sempre più precaria situazione di salute. La malattia purtroppo non mi dà molta scelta, quando vuole assume il comando della mia esistenza ed io sono costretta a stare al suo gioco. Ma ci sono momenti, rari e bellissimi, in cui sono io a comandare. In quei momenti lascio sfogare la mia personalità e le mie passioni, spesso in modo piuttosto sconsiderato dato che poi il dolore torna sempre più forte di prima. Eppure, quei momenti sono talmente preziosi che non posso fare a meno di viverli pienamente. A volte mi è capitato di andare a correre il giorno successivo ad una flebo: un’imprudenza che mi costava carissima ma che, per un breve istante, mi restituiva la serenità perduta. Ormai neanche ricordo più cosa significhi stare bene ma, in quei rari momenti di dolore più lieve, è come se riuscissi a riprendermi in mano la mia vita. Mi chiedo spesso come sarebbe potuta essere la mia vita se non mi fossi mai ammalata. Probabilmente starei sciando da qualche parte del mondo, inseguendo un sogno che ora posso solamente rimpiangere. Mi domando anche cosa sarebbe capitato se non mi fossi sottoposta a tutte quelle operazioni terribili che mi hanno lasciando segni indelebili nell’anima, oltre che sulla pelle. Converrete però che è inutile chiedersi come sarebbe potuta andare: il passato è passato e non possiamo cambiarlo. Mio dio, quante volte le persone che avevo accanto mi hanno ripetuto queste stesse parole? Quante volte mi hanno implorata di lasciar andare il ricordo dello sci, vedendomi singhiozzare senza sosta perché mi era stato strappato via? Quante volte hanno cercato di farmi capire che la Elena del passato, la Big Woman che affrontava la vita con grinta ed era sempre pronta a spaccare il mondo, era ormai perduta per sempre? E ancora, quante volte io non ho ascoltato quei loro consigli, troppa legata al ricordo della persona che ero e che amavo? Non sono mai riuscita a lasciare andare il ricordo della vera me, la ragazzina spensierata ed entusiasta che mai e poi mai si sarebbe arresa di fronte ad un ostacolo. Sarà per questo che non riesco ad impedirmi di pensare a come sarebbe potuta essere la mia vita se la serie di eventi che si sono succeduti dai tredici anni in poi si fosse svolta diversamente. Questo perché dai tredici anni in avanti la vita è stata una battaglia infinita e sinceramente dubito che ne uscirò mai.

Sono passati undici anni da allora. In undici anni ho vissuto momenti veramente terribili, a cui non ero mai certa di sopravvivere. Eppure, nonostante tutte le passate disavventure, credo di non aver mai affrontato un periodo peggiore di quello che ho vissuto negli ultimi nove mesi. Questo perché ho raggiunto il mio limite. Da molti anni ormai mi chiedevo quando sarebbe arrivato. Quando vivi una vita fatta di dolore e poco più, è inevitabile fare due conti in tasca per tirare le somme della propria esistenza. Le mie conclusioni non sono soddisfacenti e neanche lontanamente positive: gli ultimi nove mesi sono stati un vero e proprio incubo. Mi vergogno ad ammetterlo ma mi è capitato più volte di andare a dormire sperando di non svegliarmi il giorno successivo. A livello fisico sono stremata, a livello psicologico completamente a pezzi. Spesso mi ritrovo a rimpiangere i giorni in ospedale perché, quando il dolore era insopportabile, mi bastava schiacciare un pulsante per vedere entrare un’infermiera nella stanza con in mano una bella flebo di antidolorifico. Non era neanche lontanamente vicino ad essere un momento felice ma mi liberava dalla morsa del dolore forte per qualche momento e per me, che convivo con il dolore cronico giorno e notte, nient’altro assomiglia di più assomiglia alla felicità. Ora invece sto male ma non posso fare altro che indossare il più falso sorriso che possiedo e continuare a vivere la mia vita. È estenuante far parte del mondo quando senti di non avere nemmeno più la forza di aprire gli occhi la mattina. Non avrei mai pensato di dirlo ma in questi mesi ho pensato spesso alla morfina, la nemica del mio passato che avevo additato e ripudiato con tanta enfasi. Non ne vado fiera ma, per quanto io l’abbia odiata con tutta me stessa, mi manca con tutta l’anima. La morfina non mi ha mai fatto passare il dolore, mai, ma perlomeno mi intontiva al punto di farmi perdere la cognizione del dolore. È atroce anche solo pensare di vivere una vita non-vita, sentendosi talmente intontiti e confusi da non essere nemmeno consapevoli del mondo. Ma avete la più pallida idea di cosa significhi provare dolore ogni secondo, giorno e notte, per undici anni? Senza mai un attimo di tregua, senza una pausa. La vita per me ha sentenziato una condanna piuttosto esemplare.

Poche persone sanno che a gennaio ho subìto un intervento. Nulla di invadente, ha richiesto pochi minuti e non ha comportato alcuna complicazione. Eppure, come sempre, non è stato gratis. Per due mesi e mezzo ho dovuto rivivere l’incubo, il tragico dramma della mia vita: dolore a tratti insopportabile, sintomi invalidanti, depressione. Ad amici e colleghi ho raccontato storie ed aneddoti che potevano essere raccontati, ma solo io so cosa ho dovuto davvero affrontare in questi mesi. Onestamente questa volta non so come ho fatto a sopravvivere. Per la prima volta mi sono trovata davanti al nemico senza alcuna armatura a proteggermi, completamente inerme e senza forze. Ciò che ho dovuto sopportare è stato semplicemente troppo. Le sconfitte e le umiliazioni, la diffidenza e la cattiveria, la rabbia e lo scetticismo mi hanno quasi spezzata. Nel 2008, prima che mi operassero al cervello per la prima volta, ero solita scrivere sul mio diario segreto “vivo con la morte in testa”. A distanza di undici anni mi domando cosa sia realmente cambiato in questo lasso di tempo. Avevo promesso a me stessa che avrei ripreso in mano la mia vita ma, per quanto mi sia impegnata con tutta me stessa, ad un passo dal traguardo sono ripiombata nell’oscurità. L’intervento questa volta doveva essere definitivo: doveva risolvere i miei problemi e liberarmi dal mal di testa cronico una volta per tutte. Credo di non aver detto nulla a nessuno perché, in fondo, nemmeno io credevo che potesse succedere davvero. Ci ho sperato con tutta l’anima ma purtroppo nella vita ho imparato che, se una cosa è troppo bella per essere vera, probabilmente non lo è. Sarà per questo che ho deciso di affrontare la vita in modo totalmente diverso, in una nuova ottica. Nell’ultimo mese ho capito che la vita non va sprecata impegnando il proprio tempo a fare cose che non si amano, fingendo di essere qualcuno che non si è realmente o ancora accettando una situazione per paura di dire la propria opinione. Il tempo che abbiamo a disposizione deve essere utilizzato sapientemente, assaporando ogni istante. Nella mia vita devo affrontare molti momenti bui, anche più volte a giorno, ma questo significa che sia meno bella o meno piena di gioia? Forse il contrario. A differenza di molti a me è stato concesso un grande dono: comprendere la bellezza dietro il dolore. Non mi limito a viverlo o a subirlo, ne vedo i contorni luminosi nascosti dietro all’atroce facciata. Dietro al dolore esiste un mondo bellissimo fatto di ragazzi, uomini e donne che non si arrendono. Un mondo popolato da guerrieri che continuano a vivere la vita con entusiasmo e vitalità, nonostante le male lingue e i numerosi tentativi di sabotaggio dalle persone più disparate. E c’è vita in questo mondo, tantissima. Proprio perché la sofferenza ce la fa apprezzare di più. Perché alla fine non è importante quanto tempo disponiamo su questa terra, ciò che davvero conta è apprezzare ogni istante che ci viene offerto, ignorando il dolore e la rabbia per riuscire a godere solamente della gioia che riusciamo costruirci e che ci meritiamo.

Le belle persone le riconosci subito: sono quelle che avrebbero diritto di odiare la vita, e invece ti insegnano ad amarla.

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