Cancro

Rasata

Tutto avviene per una ragione ed oggi ne ho avuto la conferma. Esattamente dodici anni fa, questo stesso giorno, iniziavo il mio percorso al fianco della malattia. È stato un percorso estenuante che mi ha quasi annientata, addossando sulle mie spalle il peso di insicurezze, traumi, responsabilità e tanto dolore. Sono stati anni difficili che mi hanno irrimediabilmente cambiata, modificando la percezione che ho del mondo, della vita e soprattutto della malattia. Dodici anni vissuti nel dolore cronico e nella sofferenza, combattendo contro mille difficoltà e affrontando sfide a cui pensavo di non poter sopravvivere. Queste hanno generato traumi che non ho mai realmente affrontato ed è di questo che voglio parlare. Perché, neanche a farlo apposta, mi ritrovo proprio oggi a fare i conti con uno di quei traumi, ovvero la cicatrice sulla testa. Non so per quale motivo quella cicatrice mi abbia turbata così profondamente. Sarà che quando la tocco posso sentire la valvola che ho nella testa, sarà che le poche persone che l’hanno vista hanno reagito con disgusto. Resta il fatto che, per me, quella cicatrice è sempre stata motivo di vergogna. Mi faceva sentire inferiore, mi rendeva diversa, mi deturpava il corpo. L’ho sempre percepita come qualcosa di negativo, poiché sotto sotto mi rendeva il contenitore di scarti che per anni ho pensato di essere. Anche per questo ho deciso di volermi rasare. Avevo bisogno di guardarmi alla specchio, senza capelli ma con la mia dignità, e dire a me stessa: “di cosa dovresti vergognarti, esattamente? Di esserti salvata? Di aver lottato con tutte le tue forze contro una malattia che non ti ha mai dato tregua? Di avere ancora il coraggio di combattere, nonostante siano dodici anni che lotti senza aver mai vinto una sola battaglia?” Avevo bisogno di osservare le mie cicatrici da vicino, per dimostrare a me stessa che non sono segno di debolezza ma di grande forza. Ed osservando il mio sorriso orgoglioso mi rendo conto che lo sono davvero, perché dodici anni dopo sono ancora qui a lottare. E la malattia potrà anche essere cambiata, ma la mia grinta e la mia voglia di vivere rimangono le stesse di sempre.

Mentirei però se dicessi che l’idea di rasarmi i capelli non mi spaventava. Nel momento in cui vedi una donna rasata è inevitabile pensare al cancro. Per qualche motivo questo fatto mi metteva a disagio e non perché io non abbia accettato la situazione o perché non abbia compreso la gravità di ciò che mi sta capitando, al contrario, vivendo con due malattie rare e incurabili comprendo molto bene le difficoltà e il dolore che dovrò affrontare durante questo percorso. Tuttavia c’è qualcosa, nel modo in cui le persone si rapportano con un malato di cancro, che mi inquieta. Non ho ancora capito cosa mi disturbi esattamente ma credo sia collegato al fatto che non voglio essere trattata diversamente. Ero malata anche ieri, il mese scorso, sei mesi fa, lo sono da dodici anni. Con tutto ciò che ho passato, perché cambiare il modo di rapportarsi con me solo perché ho un tumore? Non ha alcun senso. Eppure vedo questo cambiamento tutti i giorni. Lo vedo nello sguardo delle persone, nella difficoltà di mia madre nell’affrontare certe situazioni contro cui prima si lanciava a capofitto, nelle parole che la gente non dice, nel silenzio che scende quando entro in una stanza. Mi rendo conto che questa malattia è diversa, molto diversa da quelle cui sono abituata. Lei non ti opprime con un dolore straziante che ti fa urlare nello stanzino di un pronto soccorso, eppure ha il potere di mozzarti il respiro e farti mancare un battito al solo pronunciare il suo nome. Ha il potere di sconvolgerti e terrorizzarti, se solo glielo concedi. Ed ecco il punto, cancro: io non te lo permetto. Avevo la fobia del PICC ma l’ho inserito senza fiatare, mi terrorizzava l’idea di un prelievo del midollo ma ero pronta ad affrontarlo con coraggio, ero angosciata dal mostrare le mie cicatrici sulla testa eppure mi sono rasata. Non mi fai paura. Dio solo sa quanto momenti di totale disperazione e agonia ho vissuto negli ultimi dodici anni: penserai mica che qualche cellula impazzita possa fermarmi? Sono malata di te, cancro, te lo concedo. Ma ho già dimostrato che la malattia mi rende solo più forte. Sei tu, quindi, a dover avere paura di me.

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