La giornata di ieri, oltre ad essere stata lunga è difficile, mi ha fatto capire in modo chiaro ed inequivocabile una cosa: il mio corpo non ce la fa più.
Non che sia una novità, già lo sapevo che stava cedendo. D’altra parte quando diventi la sentinella del tuo corpo sei in grado di rilevarne ogni singolo malfunzionamento e, negli ultimi mesi, ne avevo colti ben più di uno.
Sembrerebbe però che finalmente se ne siano resi conto anche i medici e, in parte, questa potrebbe forse considerarsi una vittoria.
Andare al pronto soccorso per me è sempre un trauma, poiché innesca il mio #DPTS e non è quindi facile rimanere calma quando nella mente iniziano a sfrecciare i ricordi di tutte le volte che mi hanno bucata, tagliuzzata e ricucita come carne da macello.
Non è facile recarmi in ospedale, per questo e altri mille motivi.
Eppure a volte va fatto.
Ho iniziato a non sentirmi bene già durante la mattinata, ma più il tempo passava più sentivo il mio corpo collassare. Non ricordo tutto ciò che è successo. Un po’ perché ero confusa e un po’ perché sono svenuta cinque volte, una di seguito all’altra. So che al pronto soccorso molte mani mi hanno toccata, prendendomi tutti i valori possibili e immaginabili e cercando di risvegliarmi ogni volta che perdevo conoscenza.
Alla fine è risultato che il cuore è perfetto, così come gli esami del sangue e le lastre al torace.
Tutto è perfetto.
Come sempre.
A parte il dettaglio che svengo continuamente, non mi reggo in piedi, sono sempre esausta e ho dolori ovunque che nemmeno gli oppiacei riescono a placare.
Mi sembra di essere tornata indietro al 2018, quando mi son fatta due mesi di ricovero ricavandone un pugno di mosche.
Vorrei solo che qualcuno mi ascoltasse. I sintomi sono gli stessi di allora e mi sembra folle che nessuno se ne accorga.
Prima o poi forse qualcuno ascolterà. Ma intanto io continuo a stringere i denti ed anche i pugni, perché conosco il mio corpo e lotterò con ogni fibra di me stessa per arrivare ad avere una spiegazione. Merito risposte e non mi fermerò finché non le avrò trovate, ma ancora di più merito di stare bene e di vivere la mia vita. Di più, lo pretendo. E farò di tutto per ottenerlo.
Negli ultimi anni mi sono ripetuta senza sosta una frase, scolpita a caratteri di fuoco nella mia mente: “l’importante è sopravvivere”.
Non importava come. Non importava a quale prezzo.
L’importante era sopravvivere un altro giorno.
A volte mi capitava di star così male da non riuscire né a muovermi né a parlare. Paralizzata, cieca, sorda e con un dolore così straziante da non poter essere nemmeno descritto. Eppure, se riuscivo a svegliarmi il giorno successivo, avevo la percezione di aver vinto io.
Il problema è che sopravvivere, negli anni, è diventato il mio unico modo di esistere. La mia vita è diventata solo quello: una parentesi tra un intervento e l’altro, tra una diagnosi e l’altra. È allora che mi sono persa. Ho perduto me stessa quando sono arrivati i traumi, gli abusi, gli esperimenti sul mio corpo. Quando ho capito che la mia vita era appesa ad un filo e che le probabilità mi davano per perdente. È allora che ho annullato me stessa ed ho inserito il pilota automatico, con l’unico e solo obiettivo di sopravvivere.
Nient’altro era importante.
È stato allora, però, che ho smesso di sapere chi fossi.
Poi, l’anno scorso, la decisione di fare un falò con tutti i meccanismi malsani che muovevano ogni mia decisione, di bruciare ciò che di me stessa avevo costruito, con scarti di falsa sicurezza e sgualciti brandelli di autostima, e di ballare nuda, spogliata di tutto, davanti ad un fuoco che sapeva di rinascita. Ho deciso di mettermi alla ricerca di me stessa. La cosa più difficile che abbia mai fatto. Dicono che la consapevolezza sia l’arma più potente che ciascuno di noi possiede.
Niente di più vero.
Negli ultimi anni mi sono ripetuta senza sosta una frase scolpita a caratteri di fuoco nella mia mente: “l’importante è sopravvivere”.
Uscire dalla doccia e controllare il mio corpo è diventata una routine alla quale non posso sottrarmi. È qualcosa di cui farei volentieri a meno, ma a cui tuttavia ho deciso di dedicare le mie cure ed il mio amore.
Sono grata del mio corpo ogni giorno. Lo sono perché, nonostante tutto il dolore cui è costantemente sottoposto, mi permette ogni mattina di affrontare una nuova giornata. Ce la mette proprio tutta nel darmi un po’ di energia per occuparmi delle mie cose, come appunto farmi una bella doccia, o cucinare un piatto caldo o ancora chiacchierare al telefono con il mio ragazzo. Sono tutte energie preziose che accolgo con gratitudine, consapevole che sono state sottratte alla lotta quotidiana che il mio corpo cerca di vincere contro, beh, sé stesso.
Avere delle malattie croniche significa questo. Accettare e accogliere ciò che mi viene concesso ogni giorno, cercando di porzionare le energie, come si farebbe con un Pandoro quando tutti ne vogliono un pezzetto.
Controllare il mio corpo è anche diventato il mio compito, la mia missione. Ma controllare non significa osservare, cercando di apprezzarmi, non significa trovare i punti di forza o i difetti. Controllare il mio corpo significa analizzarlo, scrutare ogni minimo dettaglio alla ricerca di segnali di pericolo. Significa contare i lividi sul corpo, aggiornando il diario del dolore in modo da avere delle statistiche da tenere sotto controllo, in modo da poterle segnalare, così, giusto in caso che serva. Significa controllare le macchie e massaggiare il proprio corpo per trovare le zone che fanno più male, cercando di capire a quale dolore dare la priorità quel giorno. Significa palparsi i linfonodi del collo, quelli sotto le ascelle, quelli dell’inguine, alla ricerca di gonfiori anomali da riportare al medico. Significa essere la sentinella del proprio corpo, vigilando su di esso e proteggendolo da ogni pericolo. Sperando, ovviamente, che di pericoli non ne arrivino mai.
È questa la mia routine, il mio compito, la mia responsabilità. È qualcosa di cui farei volentieri a meno, ma a cui tuttavia ho deciso di dedicare le mie cure ed il mio amore.
Sono mesi che aspetto di pubblicare questo articolo e finalmente è arrivato il momento. A breve vi spiegherò cos’è il Trigger Drop e i mille motivi per cui è fantastico, ma prima vorrei dire due parole. Chi mi segue da un po’ sa che provo dolore cronico a causa di malattie croniche ed incurabili e che devo prendere quotidianamente un gran numero di farmaci, alcuni dei quali sono oppiacei molti potenti. Il dolore mi accompagna ormai da quattordici anni e ammetto che ormai mi ero rassegnata all’idea di distruggermi reni, fegato e stomaco a suon di farmaci per avere in cambio un po’ di sollievo e poter vivere all’apparenza in modo normale le mie giornate. Qualche mese fa il dolore però è peggiorato drasticamente, bloccandomi a letto per gran parte del tempo, e perciò ho deciso di contrattaccare e di iniziare un percorso di terapia del dolore. E’ grazie a questo che ho scoperto, appunto, il Trigger Drop. Non solo mi ha aiutata a gestire il dolore, ma lo ha momentaneamente fatto sparire, senza l’utilizzo di farmaci e con la sola applicazione di piccoli oggetti posizionati sui punti d’origine del dolore. Vi sembra impossibile? Provate ad immaginare la mia sorpresa la prima volta che ho provato ad utilizzarli! Per quanto mi riguarda, e senza giri di parole, il Trigger Drop è il futuro nel campo della terapia del dolore.
Avrei voluto scrivere questo articolo il giorno stesso in cui ho provato questa nuova e rivoluzionaria tecnica, tanto l’ho trovata miracolosa. Tuttavia mi sono concessa qualche mese per provarla sulla mia pelle, in modo da dare un’opinione più personale. Come il primo giorno, però, il risultato non è cambiato perché per me questa tecnica è una vera e propria rivoluzione. Trigger Drop nasce dall’intuizione di Carmelino Antona di utilizzare in campo medico dispositivi che sono sempre stati utilizzati in altri ambiti, con altre forme e materiali, al fine di giungere ad una pubblicazione comprovata scientificamente in ambito medico. Fonda quindi la sua startup e successivamente, con la collaborazione del medico dell’Università del Piemonte Orientale Dr. Giuseppe Guzzardi, responsabile dello studio scientifico, e il Dr. Andrea Paladini, due anni fa inizia la ricerca scientifica a Novara. Lo studio scientifico sul Trigger Drop è stato pubblicato dall’Herald Scholarly Open Access, una casa editrice internazionale leader nel campo delle Scienze e lo potete trovare qui. Ma la vera svolta è stata la collaborazione tra Carmelino Antona e il Dr. AlessandroAngellotti, medico anestesista agopuntore dell’ospedale Beauregard di Aosta, coordinati dal responsabile di reparto della terapia del dolore Dr. LorenzoPasquariello, che insieme hanno evidenziato le qualità e le potenzialità del Trigger Drop.
La prima volta che ho incontrato Carmelino Antona, venuto in Valle d’Aosta per insegnare la tecnica ai medici della terapia del dolore valdostani, il dolore che provavo era estremamente intenso e fino a quel momento nessun farmaco era riuscito ad alleviarlo. Il mio medico, appunto il Dr. Angellotti, ha valutato molto velocemente le mie condizioni e, dato che provavo un dolore estremamente invalidante, abbiamo deciso di provare ad applicare il Trigger Drop e stare a vedere cosa succedeva. Diciamo che mi sono trovata nel posto giusto, al momento giusto e con le persone giuste. Pensate che il dolore era talmente forte che, nel momento in cui il Dr. Angellotti, coordinato da Carmelino Antona, mi ha sfiorato la schiena per capire qual era l’esatto punto che mi faceva male, sono svenuta dal dolore sul lettino dello studio medico. Ma dopo che i Trigger Drop sono stati posizionati sulla mia schiena, ovvero la zona che mi fa male, il dolore è completamente sparito. Non si è alleviato, non è scemato, non è diventato sopportabile. È sparito. Ancora oggi, a distanza di mesi, mi sembra impossibile un tale risultato.
MACOS’E’ IL TRIGGER DROP?
Trigger Drop è dispositivo che va applicato sulla pelle nel punto in cui si propaga il dolore. E’ un riequilibratore neuro-muscolare che elimina la memoria del dolore, alleviando immediatamente episodi sintomatici in molti problemi muscolo-tendinei ed articolari. La tecnica del dropping si esegue applicando in diversi punti del corpo dispositivi fabbricati in materiale EVA (etilene vinil acetato), di diverse forme e grandezze. Trigger Drop, pur avendo un effetto antalgico immediato, non risolve la patologia che dà origine al dolore, ma favorisce ed accelera l’efficacia delle terapie riabilitative prescritte. La tecnica può essere applicata anche in fase acuta completando l’attività antalgica e decontraendo i muscoli. (Fonte: qui).
IN COSA CONSISTE LA TECNICA (O DROPPING)?
I Trigger Drop vanno posizionati in determinati punti del corpo chiamati punti inibitori del triggerpoint. I trigger points sono punti localizzati nel muscolo e sono la fonte d’origine del dolore. I punti inibitori del trigger point, quelli che “spengono” il dolore, spesso sono posizionati nella parte opposta del punto di dolore ed è per questo che è importante individuarli correttamente posizionando il Trigger Drop in modo consapevole.
Provo a spiegarvelo in parole povere, così come è stato spiegato a me durante la prima seduta. Immaginate una stanza illuminata e che il dolore sia una lampadina che quando è accesa fa male. Con la Dropping terapia, per spegnere la lampadina, cioè il dolore, non sviti o rompi la lampadina ma cerchi l’interruttore della luce. In tal modo si toglie l’energia elettrica alla lampadina, che si spegne, e quindi si interrompe il segnale al trigger point che genera dolore . E’ così che il dolore cala o persino sparisce.
Se vi sembra difficile da comprendere, non preoccupatevi: il tecnico che andrà a cercare i vostri punti trigger li conosce molto bene, lui saprà dove mettere le mani. Grazie al vostro aiuto gli ci vorranno pochi minuti per trovare il punto giusto su cui posizionare i Trigger Drop e, credetemi, quando lo troverà ve ne renderete conto. Il dolore calerànotevolmente o addirittura svanirà, come se non fosse mai esistito. Importante tenere a mente una cosa, però: il Trigger Drop non andrà a curare le vostre patologie, non è quello il suo compito. Questa tecnica agisce solamente sul dolore ed ovviamente ogni caso è soggettivo.
SU QUALI PATOLOGIE HA EFFETTO IL TRIGGER DROP?
Le principali patologie su cui è stata rilevata una significativa ed immediata riduzione del dolore sono:
CERVICALGIA
GONALGIA
COXALGIA
DORSALGIA, LOMBALGIA, SCIATALGIA E ERNIE DISCALI
EPICONDILITE E TUNNEL CARPALE
PATOLOGIE DELLA SPALLA
PATOLOGIE DEL TRICIPITE SURALE
ARTICOLAZIONE TIBIO-TARSICA
Gli studi sono ancora in corso e la tecnica è in continua evoluzione, pertanto si sta ancora cercando di capire su quante e quali altre patologie possa essere efficace.
OGNI QUANTO VANNO POSIZIONATI?
Il Trigger Drop va posizionato per la durata di un ciclo di 21 giorni. Finito il ciclo è necessario togliere i dispositivi per una settimana, al termine della quale bisogna valutare se c’è ancora presenza di dolore e, in quel caso, riposizionarli e ripetere il ciclo.
La mia situazione è un po’ diversa, perché le patologie sono particolari e il dolore è sempre molto invalidante. Nel mio caso infatti devo riposizionare il Trigger Drop circa ogni settimana, perché i dolori provocati dalle mie patologie si spostano continuamente e variano anche durante la stessa giornata. Inizialmente mi presentavo in ospedale ogni 3-4 giorni per il riposizionamento del Trigger Drop, adesso devo riposizionarli ogni settimana e spesso anche ogni dieci giorni, è quindi evidente un progressivo aumento del beneficio. Con il Dr. Angellotti e con il tecnico Antona stiamo lavorando per prolungare questo sollievo dal dolore fino a, si spera, farlo sparire del tutto e completare quindi un ciclo standard. In questo articolo chiaramente riporto la mia sola esperienza, tuttavia ho potuto confrontarmi con numerosi pazienti che si sono sottoposti a questa tecnica e ognuno di loro ha constatato un beneficio immediato dal dolore ed un drastico miglioramento nella gestione dello stesso, nonché una riduzione significativa nell’utilizzo dei farmaci. Con questo articolo ci tenevo a riportare la mia esperienza personale e a far conoscere a quante più persone possibili questa nuova tecnica, perché so quanto sia importante fare rete e condividere le esperienze con altri malati. La mia speranza è che questa tecnica possa aiutare qualcuno tra voi lettori così come ha aiutato me.
Il dolore è ancor più dolore, se tace.
Giovanni Pascoli
Ci tengo infine a ringraziare il reparto di terapia del dolore di Aosta, in particolar modo il Dr. Angellotti e il primario del reparto Dr. Pasquariello, e soprattutto Carmelino Antona, che mi ha permesso di scrivere questo articolo, che con infinita pazienza e disponibilità mi ha dato tutte le informazioni di cui avevo bisogno, ma soprattutto che ha dedicato il suo tempo ele sue conoscenze per ideare una tecnica che mi sta cambiando la vita, liberandomi temporaneamente dal fardello dal dolore. Che, in poche parole, è un po’ come ritornare a vivere.
Luglio è il mese del Disability Pride, l’orgoglio disabile. È il mese in cui si celebra la diversità e si tenta di abbattere le barriere e i pregiudizi che nonostante tutto ancora caratterizzano la nostra società. Queste barriere non sono solo architettoniche, ma sociali e a volte persino morali. In un mondo perfetto vorrei abbatterle tutte, una per una. Ma questo mondo non è perfetto, per niente, e quindi provo a contribuire nel mio piccolo cercando di sensibilizzare sull’unica cosa che posso, ovvero sullostigmadelle persone disabili.
Per quanto io continui a ripeterlo nessuno mai mi crede, eppure io sono disabile. Il fatto che nessuno mi creda è proprio parte del problema. Lo è per due motivi: il primo, è che vengo spesso discriminata o quando va bene guardata con sospetto, nonché giudicata con rabbia e fastidio. Vi faccio un esempio: pur avendo il tesserino dei disabili da più di dieci anni, ancora ricevo uno sguardo di disappunto e di rabbia ogni volta che parcheggio in un posto riservato, solo perché cammino sulle mie gambe e non utilizzo una carrozzina per muovermi quando scendo dalla macchina. La disabilità non è solo motoria e questo è essenziale da comprendere.
Con disabilità si intende la situazione di svantaggio personale che la persona può incontrare nella vita quotidiana. Ci sono diversi tipi di disabilità e questa non è da confondere con l’invalidità: la differenza, infatti, sta nel fatto che l’invalidità è rilevabile da un punto di vista medico-legale, mentre la disabilità da un punto di vista medico-sociale. Io sono sia disabile sia invalida, e inoltre faccio parte di una categoria molto particolare poiché le mie patologie sono considerate invisibili, il che significa che ad un primo sguardo –ma anche ad un secondo, un terzo, un quarto e così via!– non si direbbe mai che sono malata. A vedermi sembrerebbe che io sia abile al 100%, sempre allegra e sorridente, e invece al 100% ho solo l’invalidità civile. Con l’aggiunta della gravità, per di più. Il punto è che a volte la disabilità non è visibile e il giudizio della gente, a questo proposito, è davvero molto severo.
Veniamo quindi al secondo motivo per cui il fatto di non essere creduta sulla mia disabilità si rivela essere un problema, ovvero l’immaginario comune che le persone abili hanno rispetto alla disabilità. Questo infatti è molto specifico, avvolto da dolore e sofferenza, da tristezza e depressione, da strazianti patimenti ed insormontabili difficoltà. I disabili non sono persone felici, nell’immaginario comune. È come se la sofferenza delle loro patologie, o menomazioni, o difficoltà cognitive, delegittimasse persino la loro esistenza. D’altra parte, perché sorridere ed essere felice se stai sempre male e non riesci a fare la metà delle cose di un tuo coetaneo abile? Questa si chiama pornografia del dolore ed è una narrazione di cui francamente mi sono stufata. Quante volte avete visto persone disabili e avete pensato: “poverino/a”, “meno male che io non sono così”, “alla fine sono fortunato/a, rispetto e lui/lei non posso proprio lamentarmi”? Non dovete rispondermi, so che l’avete fatto. E non ve ne dò la colpa, perché la società ci ha abituati a vedere la disabilità in questo modo.
Ma la disabilità non è questo, è molto di più. Vivere con una disabilità non è un impedimento di per sé, eppure lo diventa all’interno di una società abilista che non solo impedisce di esprimersi, di spostarsi autonomamente e di autodeterminarsi, ma soprattuttopresenta la disabilità come una condanna, come qualcosa per cui provare pietà (o, peggio ancora, pena), e come qualcosa per cui una persona abile deve essere grata e sentirsi fortunata di non avere.
Ho perso il conto delle persone che, quando dico di essere disabile, mi rispondono: “io non ti considero tale”, “non sei disabile, sei una guerriera”, “guarda che tu puoi fare tutto, basta crederci”. È destabilizzante, perché tutte queste frasi da una parte delegittimano e sminuiscono la mia condizione, mentre dall’altra dipingono uno scenario che non accetto, in cui ad un disabile non è permesso compiere certe azioni perché non è come tutti gli altri.
È il momento di cambiare questa narrazione. Senza se e senza ma. Perché le nostre patologie e le nostre condizioni fisiche e/o mentali non ci definiscono come individui. Perché la disabilità significa tante cose e alcune di queste sono preziose e bellissime. Oggi decido di riprendermi la bellezza di quello che sono, di esserne orgogliosa. Quella bellezza che mi è stata portata via dalla pornografia del dolore, che si è nutrita della mie cicatrici e delle mie sofferenze, medicalizzando il mio corpo come se fossi un pezzo di carne da esperimenti clinici o come se fossi qualcosa da aggiustare, perché rotto. Oggi mi riprendo il senso di questa parola, disabile, perché mi rappresenta e perché giustifica tante difficoltà che devo affrontare ogni giorno. Una parola che non è una parolaccia né tantomeno untermine dispregiativo, da usare come insulto, o ancora qualcosa per cui provare vergogna. Ho scoperto che un fil rouge unisce la narrazione sulla disabilità, una narrazione ben precisa che ormai si è quasi completamente sostituita all’identità del singolo individuo. Oggi voglio riprendermi quell’identità. Perché io non sono una percentuale di invalidità scritta su un foglio, non sono uno stereotipo incasellato in un modello appositamente confezionato da una persona abile per sentirsi meglio con sé stessa, non sono solo un corpo malato fatto di cicatrici, di valvole e meccanismi impiantati dentro di me. La scrivo io la mia narrazione, riappropriandomi non solo della mia identità individuale, ma anche del mio orgoglio disabile.
Bisogna usare parole precise se vogliamo che la gente la smetta di trattare chi ha una disabilità fisica o mentale solo come un poveretto da compatire e non una persona con una vita da vivere.
Negli ultimi mesi sono sparita e non ho più scritto niente. La ragione è semplice: il percorso che sto affrontando è mentalmente devastante e ho sentito la necessità di stare sola, per lavorare su me stessa e cercare di rimettermi in piedi. In questi mesi, infatti, ho vissuto momenti di grande fragilità, affrontando demoni che per lungo tempo avevo evitato e che, spesso, avevo tenuto nascosti. Forse perché facevano troppo male, forse perché erano troppo spaventosi, o forse perché sentivo di essere troppo debole per affrontarli. Il problema con i demoni, però, è che prima o poi ti tocca affrontarli. Il lato positivo è che negli ultimi nove mesi sono riuscita a liberarmi di un gran numero di traumi del passato, di meccanismi malsani e di dolori mai realmente superati. Sono riuscita ad affrontare demoni che ormai mi stavano logorando da anni e sono riuscita a vincerli quasi tutti. La parola chiave, però, è quasi. Sì, perché ho ancora qualche mostro da combattere e purtroppo quelli rimasti sono i peggiori, sono quelli che ho nascosto nelle profondità della mia anima sperando di non doverli rivedere mai più. Ma non posso scappare da loro per sempre, sono fuggita anche fin troppo a lungo. Ora devo ritirarli fuori e affrontarli, anche se non avrò alcuno scudo a proteggermi. Io e loro, esattamente come doveva essere fin dall’inizio.
Un paio di mesi fa ho avuto un crollo piuttosto brutto, dal quale dubitavo mi sarei mai ripresa. Pensavo che il turbinio di emozioni che si stava scatenando dentro di me mi avrebbe definitivamente annientata e che non c’era più niente che io potessi fare per tenere in piedi la mia esistenza. Sono quindi andata dalla psicologa, come faccio tutte le settimane da ormai dieci anni, e senza giri di parole le ho detto che non sapevo più dove trovare la forza di sorridere, che ormai percepivo ogni nuovo sintomo come una condanna da cui mi era impossibile fuggire. Le ho detto che non avevo più la forza di fingere che tutto andasse bene, che non sapevo più come nascondere il mio dolore dietro alla mia positività. Le ho detto che stavo crollando e che non sapevo più come tenere tutto in piedi. La sua risposta è stata brutalmente chiara: non dovevo tenere in piedi proprio niente. Ha detto che dovevo lasciare crollare l’impalcatura che negli ultimi quattordici anni avevo abilmente tirato su, un po’ per darmi la forza di andare avanti nonostante tutto e un po’ per illudermi che, in fondo, non tutto era perduto e che io potevo continuare ad essere la persona che ero stata prima della malattia. E’ così che sono sopravvissuta a ciò che mi è accaduto: tirando su impalcature, una dietro l’altra, miscelando un po’ di cemento e tappando i buchi lì dove potevo. Mi rendevo conto che era tutto terribilmentepericolante ma fingevo di non vederlo, perché se mi fossi realmente resa conto che bastava una folata di vento un po’ più forte per far cadere tutto, probabilmente mi sarei arresa. E quindi costruivo me stessa con vecchie assi marcite, alzavo impalcature che reggevano per un giorno o due, e poi di nuovo tiravo su tutto quando queste cadevano. L’impegno che mettevo a fingere di stare bene mi stava privando di energie indispensabili e solo ora riesco a rendermene conto. Passavo il mio tempo ad ereggere muri di falsa sicurezza e cieco ottimismo, senza mai concedermi un momento di debolezza. Mi rendevo conto anch’io che vivere così era diventato insostenibile, ma non sapevo cosa fare per cambiare la situazione. Così ho ascoltato la psicologa, nonostante mi stesse dicendo di fare esattamente l’opposto di quello che avevo sempre fatto e che mi faceva sentire a mio agio e al sicuro. Ho lasciato cadere l’impalcatura e con lei tutti i pesi che da troppo tempo mi trascinavano sul fondo, come i rimorsi, i sensi di colpa, la vergogna, la paura e la rabbia. Ho lasciato che tutto crollasse, tirando fuori anche quel “contenitore di scarti” che mi sono accusata di essere per anni e che forse non avevo mai realmente lasciato andare. Sapevo che solo facendo crollare tutto avrei potuto davvero ricostruire me stessa, facendomi largo tra le macerie di un passato che mi faceva ancora troppo male persino ricordare.
Da allora sento di aver fatto passi da gigante e di essere cambiata molto. Alterno momenti di forza e serenità a crolli esistenziali ed attacchi di panico che mi lasciano senza forze, ma sto letteralmente rivoluzionando me stessa e sono fiera di me per questo. La mia mente, abusata e stanca, ha spesso bisogno di rifugiarsi in luoghi sicuri e di lavorare in solitudine e con calma ai traumi che ha vissuto e che deve elaborare. Le sto dando il tempo di farlo ma in quattordici anni ho vissuto tanti di quei traumi, tanti di quegli abusi e tante di quelle sofferenze che ad un certo punto mi sono sentita in sovraccarico e ho dovuto azzerare tutto. Non mi ero resa conto di quanto distrutta fossi finché non ho deciso di farmi a pezzi da sola, per poter ricominciare da capo.
La verità è che in questi mesi sono scesa all’Inferno, con i miei traumi accollati alla carne e un dolore sordo ed opprimente ad urlarmi nelle orecchie. E mentre io bruciavo, loro bruciavano con me. Di certi traumi ora rimane appena il ricordo, mentre di me sta tornando alla luce la mia vera essenza, quella che era nascosta sotto strati e strati di dolore dell’anima. Sto rinascendo e lo sto facendo alle mie condizioni: senza più inganni, bugie che ripetevo a me stessa senza sosta e senza più dover essere forte ad ogni costo. Senza render conto a nessuno. Ricomincio da me, senza più vergognarmi e con la consapevolezza di cosa ho subìto e a cosa sono sopravvissuta. Non mi sono mai considerata una vittima né una survivor, anche se è questo quello che sono. Non l’ho fatto perché le regole della mia storia voglio dettarle io e non mi va di dare ad altri il ruolo di aguzzini e di carnefici. Perché la storia è la mia e voglio che al centro del racconto ci sia la mia forza e non la mia fragilità; voglio che ci sia la mia determinazione e non l’abuso che ho subìto; voglio che ci siano le mie vittorie e non i miei fallimenti; voglio che ci sia il mio sorriso e non il pianto che mi ha accompagnata per tutti questi anni. Non voglio essere la vittima, no, perché di questa storia io sono l’eroina. Voglio riappropriarmi della mia narrazione, così come ho fatto del mio dolore e della mia sofferenza. E’ la mia storia, è la mia vita. E nessuno me le porterà via di nuovo.
Quello di oggi sarà un articolo particolare perché andrà a parlare di un argomentodelicato ma incredibilmente importante. Questo articolo, insieme a quello sulla positività tossica, che spero presto di finire, è una bozza sul mio pc che aspetta di essere terminata e pubblicata da almeno due anni e mezzo. E’ un articolo che ho sempre voluto scrivere ma non ho mai trovato il momento adatto per farlo. Finalmente quel momento è arrivato.
Ma cos’è la retorica del guerriero? E’ quella retorica secondo cui i malati sono dei guerrieri impegnati a combattere la battaglia della loro vita, quella retorica secondo la quale “se combatti, vinci“. Una retorica che ormai è diventata di uso comune e che, ne sono certa, avrete usato almeno una volta nella vostra vita. E’ normale, l’ho fatto spesso anch’io. L’ho fatto addirittura qualche settimana fa, perché mi sentivo persa e, nonostante l’abbia sempre detestata, in quel momento è servita a darmi forza. E’ un’analogia che sorge spontanea, immediata, un accostamento che ormai si è legato indissolubilmente al mondo della malattia e la ragione è ovvia: trasmette un’immagine di forza che vuole al tempo stesso spronare e rassicurare la persona malata. Ma è davvero così? Certe persone si sentiranno confortate da questa immagine, non lo metto in dubbio. Ma non tutte. Ed è per rispetto di quelle persone, a cui mi aggrego, che scrivo questo articolo. Perché non tutte le persone si sentono spronate dall’essere definiti dei guerrieri, non tutte le persone trovano forza nel veder paragonare la loro vita e la loro esistenza ad una battaglia. Battaglia dalla quale oltretutto, stando a questa retorica, usciranno vincitori o perdenti.
La malattia però non è una battaglia, né tantomeno una guerra. Non ci sono né vincitori né vinti; ci sono persone che vivono e persone che muoiono. Chi combatte con più determinazione non è detto che vinca, anzi, spesso accade il contrario. La retorica del guerriero vuole trasmettere forza, ma a volte genera solamente insicurezze e senso di colpa. L’analogia vorrebbe che il soldato scenda in battaglia, combatta con onore e coraggio e poi trionfi tra le grida d’incitamento degli altri soldati, dei comandanti e delle persone che lo stanno aspettando a casa. Ma a quei soldati è dato di scegliere se combattere o meno, ai malati questa scelta non è concessa. I malati non possono scegliere la malattia, si ritrovano ad affrontarla e basta. Spesso da un giorno all’altro, senza avere neanche il tempo di prepararsi. Si trovano catapultati in un mondo fatto di dolore, sofferenza ed interventi chirurgici e l’unica cosa che possono fare è andare avanti. Non combattere: andare avanti. Cercando di arrivare alla fine di ogni giorno, cercando di provare il meno dolore possibile, cercando di resistere agli attacchi brutali della malattia e intanto trovando un equilibrio con tutto il resto. Ma la malattia non è una guerra. Ai malati non è dato di difendersi, di contrattaccare, né tantomeno di sventolare bandiera bianca. I malati possono solo accettare quello che viene, sperando che il dolore sia il più sopportabile possibile e sperando di avere la forza di arrivare a fine giornata. I malati possono solo trovare dei modi per diminuire il dolore, diminuire la sofferenza, diminuire la fatica. Nient’altro. La malattia non è una guerra e non c’è alcun nemico da affrontare. Perché il nemico di un malato è il suo stesso corpo. E come potrebbe, quindi, combatterlo? Non si può mandare a tappeto il nemico quando questo scorre nel tuo sangue, è ancorato alle tue ossa, si muove in sincrono con i tuoi muscoli e ad ogni tuo respiro.
La malattia è un malfunzionamento del corpo e non si può combattere per risolverlo. Si può tentare di curarlo, certo, ma a volte neanche questo funziona. E’ ingiusto e crudele far passare il messaggio che un malato deve combattere per vincere e per stare bene. Perché non funziona così. Facendo credere ad un malato che è solo combattendo che potrà guarire, accadono due cose: la prima, che il malato si sentirà responsabile della propria condizione clinica; la seconda, che se il suo corpo non risponderà alle cure si sentirà colpevole, come se non si fosse battuto abbastanza, come se fosse colpa sua se sta male. E questo non è solo il dolore più grande che potreste mai dargli, ma anche l’insulto peggiore che farete mai nella vita e lo farete a tutti i malati del mondo. Perché ci sono un’infinità di persone, malati che ho conosciuto personalmente, che si sono battuti con una forza inarrestabile, rialzandosi sempre e cercando di mettere al tappeto la malattia, ma che non sono qui oggi per raccontare la loro storia. Perché la malattia non è una battaglia e nella vita non sempre vince il più forte. Non ha vinto Luca, non ha vinto Carlo, non ha vinto Max. E vi assicuro che ognuno di loro, per continuare l’analogia, ha lottato come una furia, rifiutandosi di arrendersi e cercando di guadagnarsi un posto nel mondo. La loro forza è con me ogni giorno, ogni benedetto giorno. Ma loro no. E ogni volta che qualcuno mi dice: “combatti e tutto si sistemerà” io sento l’impulso di urlare. Perché non sono io a decidere, non sono io a fare la differenza. Io posso solo decidere come affrontare le sfide che si presenteranno sul mio cammino e ho deciso di farlo con il sorriso e con tutta la determinazione che ho sempre avuto dentro di me. Ma se domani il mio corpo decidesse che è finita, io non potrei fare nulla per cambiare le cose. Lottare non servirebbe a niente ed io non sarei responsabile né tantomeno colpevole di questo. La mia sola responsabilità sarebbe, ed è!,quella di fare tutto ciò che è nelle mie possibilità, il che significa avvisare i medici dei sintomi che manifesto, prendere le medicine che mi danno in terapia, sottopormi agli esami che mi prescriveranno. Tutto qui. Guarire non è una scelta e spesso, purtroppo, non è neanche una possibilità. Far ricadere quella responsabilità su un malato non solo è sbagliato ma è anche crudele. Ho passato quattordici anni a considerarmi un essere inferiore, a ritenermi una debole, a reputarmi un contenitore di scarti, tutto perché continuavo a lottare come una furia ma niente cambiava. Continuavo a stare male e né gli interventi al cervello né la terrificante quantità di farmaci che prendevo riusciva a migliorare la soluzione. Io non guarivo e pensavo che fosse colpa mia. Pensavo che dovessi lottare con più forza, con più determinazione, con più perseveranza. E alla fine tutto questo mi ha quasi uccisa. Non la malattia, attenzione: tutto il resto. Mi ha quasi uccisa la depressione, mi ha quasi uccisa la rabbia, mi ha quasi uccisa la disperazione, la straziante attesa, persino la speranza. Sì, perché la speranza può essere “un essere piumato che si posa sull’anima, e canta melodie senza parole, e non si ferma mai” come scriveva Emily Dickinson ma può essere anche il peggior sadico del mondo, pronto ad illuderti e a darti il colpo di grazia quando meno te lo aspetti, ridendo poi della tua disperazione mentre cadi a terra sconfitto. Nell’ultimo anno ho imparato a lasciarmi alla spalle tutto questo. Ho imparato che non ho il controllo di niente, che lottare contro i mulini a vento è inutile. Ho imparato a restare ferma. A respirare, ascoltare il mio corpo, a muovermi in sincrono con il mio respiro. Ho imparare a stare nel presente, a viverlo e ad esserne grata, senza rincorrere il futuro o cercare di cambiare il passato. E sembra incredibile, ma è solo adesso che ho iniziato a vivere. A ventisei anni. Perché ho imparato cosa significa davvero ed è una lezione che terrò stretta a me e cercherò di non dimenticare mai.
In quattordici anni di malattia non mi sono mai sentita una guerriera. Neanche una volta. Un guerriero è colui che si erge sul campo di battaglia con grande solennità, impugnando la sua spada con coraggio e determinazione; è colui che sceglie la battaglia da combattere, mosso da ideali che hanno plasmato e fortificato la sua anima. Un guerriero è colui che ama la sua battaglia e vive per la guerra che ha scelto di combattere, pronto a cadere sul campo per proteggere i suoi valori. Io non ho scelto la mia malattia. Semplicemente il mio corpo si è sviluppato il modo anomalo e poi qualche cellula è impazzita e ha infettato tutte le altre. Non è una guerra, è biochimica. Ed io non sono un guerriero, sono un essere umano come tutti gli altri che si è trovato ad affrontare la malattia ed ora cerca un equilibrio per vivere dignitosamente e felicemente.
La retorica del guerriero esige che dalla battaglia si esca vincenti. Ma non sarà una battaglia a rendermi una vincitrice. A rendermi una vincitrice sarà il fatto di aprire gli occhi la mattina e sorridere grata per avere la possibilità di vivere un nuovo giorno, sarà il fatto di sentirmi dire che ciò che scrivo ha aiutato qualcuno a sentirsi meno solo, sarà il fatto di vedere l’espressione tesa sul viso di mia madre trasformarsi in un sorriso amorevole quando mi vede. Sono questi piccoli momenti a rendermi una vincente, perché significano che qualcosa di buono nella mia vita l’ho fatto e che ci sono delle persone, là fuori, che mi vogliono bene e che ho aiutato, anche solo per un minuscolo istante. E la vita è fatta di istanti: brevi ed intensi, ma che valgono una vita intera.
Di quest’anno mi porto dietro una testa rasata, plurime cicatrici, e la consapevolezza di aver peccato di presunzione nel pensare che a me un male così non sarebbe capitato mai.
Se a 18 anni mi avessero chiesto come avrei visto la me dei 22, avrei risposto: già apposto, con una casa sua e lì sulpalco, a ballare come ho sempre fatto. Per citare una persona a me cara, ho imparato che LIFE HAPPENS (la vita accade, le cose succedono) e che a volte programmare ogni cosa come ho sempre fatto io non funziona. Nel mio caso un giorno ero una 22 enne sempre di corsa e il giorno dopo avevo un linfoma al IV stadio. In un soffio ho perso tutto ciò su cui lavoravo da anni.
Durante questi mesi tutti continuavano a sottolineare quanto fossi forte, coraggiosa e si stupivano nel vedermi sempre con il sorriso. Io non penso che si possa parlare di coraggio, semplicemente, in questi casi, quando ci si trova in ballo, bisogna ballare. Non è facile veder cambiare la propria vita e la propria persona a causa di qualcosa che non abbiamo scelto e questa è la questione più difficile da accettare: non avere il potere nelle proprie mani, non sapere se ci sarà un lieto fine.
Dicono che per vincere la guerra si ha bisogno di un buon esercitoalle spalle, io l’ho avuto. Sono circondata dall’amore. Dovunque io vada lo porto con me e come ricambio ne ricevo in ogni forma, gesto, parola. Ma se mi fermo e mi guardo intorno, ho la prova che qualcosa di buono l’ho fatto. Sono circondata da tante persone e quando mi rifletto allo specchio alla mattina li vedo, tutti. Riesco ad essere luce perché ho qualcuno che l’accende per me ogni volta che non la vedo.
Sicuramente non a tutti interesserà quel che è successo a me quindi vivete come vi pare, fate quello che vi piace e siate felici più che potete, ma se vi capita qualcuno come me davanti, vi prego, non fissatelo come se aveste visto un alieno. Non siamo la nostra malattia, ma persone esattamente come voi. Non siamo così per scelta, la malattia ha scelto per noi! Chiudo ringraziando tutti coloro che ad occhi chiusi sono saltati a bordo con me anche col mare in burrasca. E magari a chi salterà a bordo ora.
Oggi è il World Cancer Day e sono quindi passati circa due anni da quando il Linfoma ha bussato alla mia porta ed ha rivoluzionato la mia già alquanto complicata esistenza. Ho voluto fare un piccolo video riassuntivo di quello che è stato il mio percorso perché, soprattutto ora che sono in attesa di sapere se il mio percorso con il cancro sta per ricominciare, avevo bisogno di riguardare indietro e ricordarmi tutta la strada che ho già percorso. Non è stato facile affrontare la malattia e sono crollata numerose volte. Tuttavia sono qui e sono fiera di tutto ciò che ho superato. Fiera e soprattutto grata, perché anche oggi posso godere della pioggia che picchietta sul terreno, del respiro rilassato della mia gattina sul mio petto e della caotica insensatezza dei messaggi che la mia migliore amica mi manda per tirarmi su il morale. Se c’è una cosa che il cancro mi ha insegnato è proprio questa: apprezzare ogni giorno come se fosse un regalo inaspettato e meraviglioso.
Questa settimana non è stata affatto facile. Oltre al dolore terribile alla schiena, che non passava neanche con i farmaci oppiacei, il fatto di essere stata costretta ad assumere nuovamente quella tipologia di farmaci mi ha destabilizzata. Dovevo inoltre fare i conti con la paura per i risultati della biopsia e tra una cosa e l’altra non ce l’ho più fatta.
Avevo bisogno di crollare, di lasciarmi avvolgere dalla disperazione e di leccarmi le ferite. Ed è quello che ho fatto. Ho permesso alla mia mente di lasciarsi andare, cosa che cerco di non fare mai. Ho pianto, mi sono arrabbiata, mi sono rannicchiata su me stessa e infine mi sono perdonata. Sì, perché quando vivi certe situazioni finisci per sentirti in colpa per ogni decisione che prendi e per ogni scelta che non fai. Perdonarsi è quindi importante, perché significa comprendere che i gesti compiuti avevano l’obiettivo di tenerti in piedi, di aiutarti ad andare avanti, e che quindi andavano bene così.
Non è un caso se mi sono concessa di crollare proprio in questo momento. Il fatto è che questa è l’ultima volta in cui posso farlo, prima della guerra. Sia che la recidiva venga confermata sia che venga smentita, mi attenderanno mesi lunghi e sfiancanti, fatti di ricoveri che sembreranno non finire mai e di esami che mi metteranno duramente alla prova. Sarà tosta ed io dovrò essere forte, non ci sono alternative. Durante la battaglia non potrò permettermi di cadere, mai. Dovrò essere pronta a combattere, pronta a difendermi, pronta a intercettare il nemico in qualsiasi veste si presenterà. Ecco perché mi sto lasciando andare adesso. Questo crollo è in realtà qualcosa di immensamente positivo, perché significa che mi sto preparando a combattere. E se mi sto preparando a combattere, vuol dire che non ho proprio alcuna intenzione di arrendermi.
Anche se il timore avrà sempre più argomenti, tu scegli sempre la speranza.