Morphine

Ho scritto questo testo quasi cinque anni fa, pochi mesi dopo essermi disintossicata dalla morfina. Ho sempre cercato di affrontare il dolore della malattia facendomi forza, cercando dentro di me il coraggio di sopportare. Ad un certo punto, però, mi sono resa conto che non sarei riuscita a vivere un solo giorno di più in quella situazione di disperazione e dolore costante. Ho quindi contattato uno dei miei vari medici per discutere una terapia farmacologica che potesse aiutarmi ad andare avanti. La sua soluzione? La morfina. All’inizio ero spaventata, lo confesso, ma la situazione in cui mi trovavo era senza speranza e, se non avessi fatto nulla, avrei potuto commettere gesti sconsiderati ed inauditi, dettati dalla disperazione. Perciò ho deciso di provare, di dare una chance a quella droga che mi era stata spacciata per medicinale. La prima volta che l’ho presa ero talmente spaventata che ho voluto sdraiarmi nel letto “per sicurezza”. Io e mamma pensavamo che il mio corpo avrebbe avuto chissà quale reazione, invece non ho sentito pressoché nessuna differenza: ma mi sbagliavo. Il risultato è stato che l’ho presa per due anni e che mi ha distrutto la vita. Ci è voluto pochissimo tempo prima che io la prendessi anche quando non stavo male, solo perché ne ero diventata dipendente. Non sapevo cosa mi stesse succedendo perciò tentavo di trovare giustificazioni sensate per quella frenesia, attribuendo la mia rabbia e le mie crisi a fattori esterni. Alla fine, fortunatamente, ho compreso la realtà e ho cercato aiuto. Ci tengo a farvi capire che, se vi trovate in una situazione analoga, la morfina non è la soluzione. Non allevierà il vostro dolore (vi sederà solamente, facendovi sentire deboli e intontiti), non risolverà la vostra patologia e vi obbligherà ad utilizzarla sempre, anche quando state bene. Forse è un po’ ipocrita da parte mia sconsigliare l’uso di questa sostanza a scopo medicinale, dato che ne ho usufruito con avidità per due anni, ma credetemi quando dico che è un’avvertenza sincera che vuole solo evitarvi tutte le sofferenze a cui sono stata sottoposta. Avevo continue crisi di astinenza che non mi permettevano di dormire o stare seduta, ero sempre arrabbiata con tutti, senza motivo, passavo le giornate ad osservare con bramosia la scatola che conteneva la morfina, immaginando ad ogni ora del giorno di poterla gustare. E cos’è cambiato? Nulla. La vergogna mi accompagnava costantemente, ero consapevole di essere diventata una persona che non meritava fiducia, poiché ogni scusa era buona per avventarmi sulla morfina, e mi odiavo profondamente. La cosa peggiore è che, nonostante questo, non ero in grado di fare nulla a riguardo. Se avessi ammesso la mia vergogna avrei dovuto smettere di prendere la morfina e non potevo permettere che accadesse, mi sentivo come se una forza estranea avesse assunto il controllo della mia mente: non potevo pensare razionalmente, tutta la mia vita era dettata dalla morfina, dagli orari di assunzione alla speranza di poterla prendere un po’ prima. Non avevo il controllo su niente, vivevo passivamente la giornata senza pormi nessun problema sul futuro. Non stavo vivendo.

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Questo è il giorno del mio sedicesimo compleanno. Durante la serata con le amiche non ho fatto altro che pensare al momento in cui sarei tornata a casa e avrei preso la morfina (il bastoncino di plastica bianca che stringo tra le labbra).

Quando ho capito questo, tutto è cambiato. Ho affrontato una disintossicazione di un mese, in cui non mangiavo, non dormivo, ero tenuta sotto stretta osservazione e piangevo tutto il giorno, implorando qualcuno di darmi qualche farmaco che alleviasse i dolori tremendi che sentivo (dolori dovuti all’astinenza). Per quanto possano dire che è un farmaco, la realtà è ben diversa. Sono assolutamente convinta che dovrebbe essere prescritta solo ed esclusivamente a malati terminali, i quali sanno di non aver altra scelta e in questo modo possono alleviare la sofferenza. A tutti gli altri, consiglio veri medicinali e frequenti visite da uno psicologo che possa aiutarvi. Il mio percorso è stato lungo e sofferto, ma è proprio grazie all’aiuto di una psicologa se sono riuscita a tirarmi fuori da quell’Inferno. Nel corso degli anni avevo consultato tantissimi psicologi, ma tutti mi avevano delusa: lei è stata l’unica in grado di capire cosa stessi affrontando e di cosa avessi bisogno, è stata l’unica in grado di tirare fuori da me la forza necessaria per non arrendermi. Ho smesso di prendere la morfina il 3 dicembre del 2011, ricordo tutti i particolari di quella giornata perché in realtà avrei preferito che mi spezzassero una gamba piuttosto che rinunciare alla morfina. Ma, per motivi che vi appariranno chiari dopo la lettura del seguente racconto, dovevo riprendermi in mano la mia vita. La rinascita, alla fine, è avvenuta: ma ha richiesto cinque anni. Ebbene sì, solo da pochi mesi mi sento finalmente libera da quel peso opprimente, che non era causato solo dalla morfina, ma da tutto il dolore e la sofferenza che la malattia aveva portato nella mia vita. Pochi mesi di libertà, quindi, rispetto a tanti anni di prigionia. Devo ammettere che ripeterei tutto da capo, ogni singola esperienza negativa e traumatica, per vivere questa libertà e questa serenità che finalmente mi sono state concesse. Detto ciò, vi auguro buona lettura.

Sabato, ore 19.00

«Vado a dormire.»
La mia voce è ferma, decisa. Mia madre mi guarda stranita, lanciando uno sguardo veloce all’orologio: il led giallo indica le 19.00. Non saprei descrivere lo sguardo che mi lancia, sembra che sia abbattuta, indecisa se pormi o meno una domanda. So benissimo cosa vuole chiedermi, è ciò che domanderei io stessa se mi trovassi dall’altra parte. Probabilmente anch’io mi osserverei con quello sguardo quasi compassionevole, dispiaciuto. Mia madre sospira, accennando un sorriso codardo. «Sei tanto stanca, vero?» chiede, abbassando appena il volume della televisione. Sento le mie labbra deformarsi in una smorfia di disappunto: non ha avuto il coraggio di farmi la domanda che le ronza in testa, dopotutto. «Sì.» rispondo semplicemente, arrabbiata per quella vigliaccheria. So benissimo che questo è solo un pretesto, sicuramente mi sarei infuriata allo stesso modo anche se avesse deciso di pormi quella dannata domanda. Ultimamente sono sempre arrabbiata, soprattutto con lei. Ogni parola che dice, ogni gesto che compie mi fa scattare. Nulla mi va bene, tutto mi disturba. Volto il capo con rabbia, accendendo la luce della scala e avviandomi verso camera mia con sdegno. Lei ha capito, lo so. «Buonanotte, riposati mi raccomando.» La sua voce dolce mi giunge alle orecchie come un insulto, una minaccia. Corro in camera mia, furiosa, sbattendo persino la porta. Sappiamo entrambe che non sto andando a dormire perché sono stanca: per quale motivo deve fingere di credermi? È evidente che sto andando a letto solo per non dover restare seduta sul divano ad osservare con patetica insistenza la scatola bianca e blu contenente la morfina. Perché deve farmi sentire così colpevole di averle taciuto la verità, quando entrambe la conosciamo benissimo? Mi svesto con indignazione, infilandomi sotto le coperte. Non ho bisogno di mia madre, non ho bisogno della morfina, non ho bisogno di nessuno. Posso farcela anche da sola, sono forte e lo dimostrerò a tutti.

Sabato, ore 20.49

Sto male. Dolori tremendi si propagano lungo le mie terminazioni nervose, strizzando e rigirando i miei nervi come creta sotto le mani di un uomo; i muscoli si stendono e si irrigidiscono nuovamente, dando inizio ad un ripetitivo ciclo di sofferenza che mi fa contorcere in preda agli spasmi. Soffoco un urlo contro il cuscino, pregando che nessuno mi abbia sentita. Non voglio dare spiegazioni, non saprei come giustificare il mio comportamento. Non posso affrontare lo sguardo consapevole della mia famiglia, non voglio fare i conti con la mia debolezza. Il mio corpo necessita di quel medicinale, lo chiede, lo brama. Come potrei scagionarmi dalle loro accuse quando sono io la prima a ritenermi colpevole? Voglio sentire la morfina sciogliersi a contatto con la mia saliva, la desidero così ardentemente che nient’altro ha senso. Prego di riuscire ad addormentarmi, in qualche modo, incitando il sole a sorgere più in fretta per poter prendere un’altra dose. Il mio corpo trema ancora, sotto il controllo di una sostanza contro cui non posso vincere.

Sabato, ore 22.10

«Non ne posso più!» urlo stremata, allungandomi sul divano per cercare di dar tregua ai muscoli contratti. Alla fine ho ceduto e sono scesa, tornando da mia madre. Sento una mano accarezzarmi i capelli e mi ritraggo come scottata. «Non toccarmi!» Perché insiste con il cercare un contatto fisico? Sa perfettamente che non voglio essere toccata, soprattutto in questi momenti. «Scusami» mormora lei con voce implorante, come se fosse sull’orlo delle lacrime, «posso fare qualcosa?»
Io scoppio a ridere, furiosa. «E cosa vorresti fare? Sono io che sto male, io, non tu!» la attacco con cattiveria. La sua gentilezza mi irrita, non ho bisogno di questo per stare meglio. Non starò mai meglio, voglio solo sentire il gusto della morfina nella mia bocca, voglio solo rigirare nell’interno guancia il farmaco e lasciare che la sostanza entri in contatto con le mie papille gustative. Ne ho bisogno, eccome se ne ho bisogno, ma allora perché sto ancora aspettando? Ho provato a resistere, sono anche andata a dormire per poter evitare tutto questo. È evidente che il dolore non me l’ha permesso: sì, è andata così.
«Passamelo.»
Mamma mi guarda, la vedo esitare un istante prima di scuotere la testa. «No.» commenta, sedendosi sul divano. «Oggi ne hai già presi tre, basta.»
Ecco, lo sapevo. Non le importa come sto, non si interessa di me. Cosa crede, che non abbia provato a resistere? Che mi piaccia passare le mie giornate e le mie nottate in questo modo? «Sto male.» cerco di spiegare, cercando di mantenere la calma. La rabbia non mi aiuterà, lo so. Esiste un solo modo per ottenere ciò che voglio, ne sono consapevole. «Mamma, fa così male» piagnucolo, allungandomi in modo che lei possa vedere le lacrime rigarmi il volto. La mia tattica è la peggiore ma anche la più efficace: il senso di colpa e la pena la convinceranno a darmi il permesso di gustare quella dolce afflizione.
Lei sussulta, deglutendo rumorosamente. Mi lascio volutamente sfuggire un singhiozzo, abbracciandomi il busto. «La testa mi scoppia e i muscoli mi stanno uccidendo» gemo, stringendo il labbro tra i denti, cercando di trattenere un gesto pentito che rivelerebbe la mia menzogna. Ho mal di testa, sì, ma non più di quanto ne abbia ogni giorno della mia vita. È disgustoso ciò che sto facendo, ma ho altra scelta? «Mi dispiace, mamma. So che non dovrei prenderne un’altra, ma ho veramente male…» Quasi non riesco a credere che sia la mia voce a pronunciare quelle parole, questa persona orrenda non posso essere io. «Ci provo, okay? Aspettiamo ancora mezz’ora e vediamo se passa… ma se continua a far così male sono obbligata a prenderla, non resisto più mamma…» Un altro singhiozzo e dovrebbe credere che io sia completamente sincera.
Lei allunga una mano per accarezzarmi, poi si blocca e la ritira. Una vocina dentro di me scoppia a ridere: se quel gesto mi potesse aiutare ad avere tra le mani la morfina, le concederei addirittura un abbraccio.
«Amore, se stai così male puoi prenderlo. Non voglio vederti soffrire, è solo che non posso permetterti di esagerare, capisci?» mi spiega dispiaciuta, probabilmente sentendosi in colpa di avermi negato il mio farmaco.
Annuisco, tirando su con il naso. «Lo so, mi odio per questo ma ho davvero troppo male.»
Lei va in cucina a prendere le forbici con cui aprire la platica che avvolge la mia droga.
Ed io sorrido, vittoriosa.

Domenica, ore 9.00

Lei è lì, all’interno della confezione bianca e blu. È immobile, appoggiata sul ripiano più alto della mensola di legno. Da dove sono seduta posso vederla perfettamente, non a caso ho scelto di passare le mie giornate in questa posizione. Posso tenerla d’occhio quando e come voglio: mentre guardo la televisione, mentre leggo un libro, mentre osservo l’orologio pensando al tempo che devo aspettare per poter assumere la dose successiva. Devo aspettare altre due ore, ma come faccio? Mi sta guardando nello stesso modo in cui la sto guardando io, ci osserviamo a vicenda: io bramandola, lei come sfidandomi. Hey, sono qui, prendimi, lo so che mi vuoi, ti sto aspettando, tu cosa aspetti? Oh, che perfida tortura. È lì, a due passi da me. Fai qualcosa, Elena. Chiudo gli occhi, poi li riapro. La scatolina bianca e blu mi sorride, sa che non posso vincere. Lo vede dalle mie mani che tremano, lo capisce dal mio sguardo bramoso. La frenesia mi scorre nelle vene, ho bisogno di lei, ora. Alzo lo sguardo e, lì dove prima c’era soltanto uno scaffale di legno su cui era poggiata una confezione di cartone bianca e blu, ora c’è una mano che si sta allungando verso il ripiano più alto. Guardo meglio e vedo le dita alla fine di quella mano aprire veloci la scatola, ingorde; vedo un paio di forbici squarciare l’involucro di plastica con un taglio netto e deciso; vedo la mano impaziente portare alle labbra il medicinale e succhiare il farmaco con inaudita voracità. Riesco a vedere me stessa assaporare il medicinale, gustandolo come se fosse ciò che di più prelibato esiste al mondo. Chiudo gli occhi, e sono nuovamente sul divano. Non mi sono mai alzata, non ho mai saggiato la bianca consistenza del farmaco.
La confezione bianca e blu mi osserva, come sfidandomi. Guardo l’orologio, quanto manca? Un’ora e cinquantanove minuti. Oh, Dio mio, devo aspettare ma come faccio?

Domenica, ore 14.56

Ormai l’ho capito che non posso continuare a vivere così. Vivo per la dose successiva, passo le mie ore ad osservare quella scatola come se al suo interno vi fosse tutta la mia vita. Quella maledetta scatola contiene ciò di cui non posso fare a meno, la ragione per cui vado avanti. È atroce pensarci, ma è la cruda realtà. Questo perché ho annullato me stessa, ho scelto deliberatamente di permettere a quel farmaco di bloccare i miei pensieri. Non esisto più, è lui a dettare le mie giornate. Mi sono arresa alla morfina, mi sono annullata, ho preso me stessa e mi sono uccisa. Mi odio, soprattutto perché continuo a negare la verità, nascondendomi dietro false promesse in cui assicuro di poterne uscire. Voglio smettere, non posso più vivere così: eppure non ce la faccio. La morfina ha vinto, lo sappiamo entrambe, ma come ho potuto permetterlo? Mi comanda ed io glielo permetto, assecondando ogni desiderio malsano che il mio corpo pretende. Volevo solo stare meglio, non chiedevo tanto: perché allora mi sento peggio di prima? Preferivo il dolore a questa umiliazione. È diventata questa la mia vita?
«…..mamma, ho bisogno d’aiuto.» confesso infine. Lei si volta a guardarmi, sorpresa da quell’affermazione che pensava non avrebbe sentito mai. Non dice nulla della mia ammissione di colpa e gliene sono immensamente grata. «Andiamo al pronto soccorso?» chiede. Ed io rivedo gli ultimi due anni passarmi davanti agli occhi, analizzo la mia situazione penosa e capisco di essere davanti ad una scelta che potrebbe cambiare drasticamente la mia vita. Chiudo gli occhi, metabolizzo il significato della sua proposta e: «sì» confermo.
È giunto il momento di riprendermi la mia vita.

Vincitori e vinti

Ci risiamo, sto male. Dopo tanti mesi di vita tranquilla e mal di testa lieve non sono più abituata al dolore, ho dimenticato come fare a gestirlo. Il mio corpo lo riconosce ma è come se non fosse più in grado di sopportarlo, lo detesta e tenta di respingerlo, invano. Mi capita spesso di ripensare a quando, negli anni passati, il dolore non mi permetteva di reggermi in piedi, o di aprire un libro, o di parlare. Quando il dolore è lieve mi chiedo sempre: “ma non è che stavo esagerando?” Questo succede perché quando stai meglio, o addirittura bene, sembra impossibile provare tanto dolore da implorare la morte. E invece eccomi qui, con il solito martellante dolore alla testa che mi ricorda la mia dannazione. E’ come se urlasse “sii felice quanto vuoi, ma non scordare che sei malata e mi appartieni”. A volte vorrei urlargli di rimando che può andare al diavolo, ma in questo mio personalissimo inferno la vita è già abbastanza difficile senza che io cominci a fare pensieri di questo tipo. Vorrei davvero scrivere qualcosa di positivo e carico di vitalità, durante gli ultimi sei/sette mesi sono finalmente riuscita ad accettare la mia situazione e ad andare avanti, per quanto difficile possa essere. Quindi vorrei parlare di tutte le vittorie vinte e dei traguardi raggiunti, vorrei parlare di quanto io sia fiera della persona che sono diventata e di come ogni giorno mi avvicini sempre di più all’obiettivo che mi ero prefissata moltissimi anni fa. Eppure non posso parlare di questo. Per quanto mi dispiaccia, non mi è concesso parlare di quanto io sia profondamente felice, non oggi che il dolore è tornato con prepotenza a farmi visita, non oggi che il mio cervello è obbligato a difendersi da un nemico interno che invece di proteggerlo, come dovrebbe, gli si rivolta contro. Per molti anni mi sono chiesta quanto liquor cerebrale avessimo e perché, nel mio caso, la pressione intracranica dello stesso aumentasse così tanto nelle circostanze più disparate: poi mi sono informata. Mi sembrava impossibile stare così tanto male per un po’ di liquido nel cervello. La causa dell’aumento di pressione è sconosciuta (anche se da paziente posso assicurare che aumenta con la bassa pressione, l’eccessiva attività fisica e lo stress), ma qualcosa la so: i ventricoli celebrali producono 500 mL al giorno di liquor attraverso dialisi del plasma. 500 millilitri. Il fatto che 500 millilitri di liquor celebrale possano causare sintomi così invalidanti e incredibilmente difficili da gestire mi sconvolge. Quanta pressione può creare una tale quantità di liquido? E com’è possibile che il mio corpo sia in grado di sostenere una situazione del genere? All’improvviso mi sento estremamente grata ed orgogliosa che il mio corpo, mi deve amare proprio tanto per sopportare un tale increscioso fardello.

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Il dolore però non scompare, continua a martellare insistente mentre scrivo queste righe. E allora mi decido: vorrei riportarvi un testo che ho scritto qualche mese fa, in una giornata di bassa pressione simile a questa dopo un viaggio di tre ore verso la Grecia. Vi prego di tener presente che sono riuscita a tirarmi fuori dalla depressione e finalmente, dopo quasi dieci anni, sono veramente felice. Il fatto è che il dolore non mi permette di ragionare coerentemente e mi sento risucchiata in una spirale di tristezza e delusione che, comunque, ora so non essere reale. Vi chiedo di accettare questo mio sfogo e di non vederlo come una sconfitta perché domani, o dopodomani, o il giorno dopo, appena la bassa pressione mi lascerà riprendere fiato, sarò di nuovo la felice e grata ragazza di sempre.

“Cara malattia,

diventa sempre più difficile accettarti e convivere con la tua fastidiosa presenza. Mi hanno sempre detto che, con il tempo, mi sarei abituata e sarebbe stato meno straziante sopportare la tua compagnia: ho potuto constatare che non è vero. Non è vero perché il dolore è sempre lì, a ricordarmi che non mi libererò mai di lui; non è vero perché in questi giorni di maledetta bassa pressione il mio cervello è compresso da una forza insostenibile dentro il cranio e persino pensare è una dannata sofferenza; non è vero perché, a causa del dolore troppo forte, non posso fare moltissime cose che agli altri appaiono come banalissima routine; non è vero perché continuo ad essere obbligata a rinunciare a tutto ciò che amo e che desidero; non è vero perché al dolore non ci si abitua, mai. Si va avanti, semplicemente, sopportando in silenzio ed ingoiando rospi amari continuando a ripetersi che “prima o poi” andrà meglio, nonostante la presenza di una vocina dentro alla testa che continua a ripeterti che sono tutte illusioni perché ormai sei condannata ad una vita in continuo bilico tra il dolore e la voglia che questo smetta di tormentarti. E’ dura. Diventa sempre più difficile sopportare i miei limiti, non tenterò di nasconderlo nonostante sia terribilmente difficile ammettere questa verità. Cerco sempre di mostrarmi forte perché, in passato, ogni volta che piangevo o cedevo alla paura, vedevo la sofferenza delle persone che amavo e che, impotenti, si tormentavano non potendo far nulla per alleviare il mio dolore. Nonostante ciò ho imparato che, a volte, per trovare la forza di non arrendersi è necessario crollare. Le lacrime non sono sintomo di debolezza, chiedere aiuto non è una resa. A volte per ricominciare a respirare è necessario lasciarsi annegare in qualche momento di cupa depressione, in un istante di intenso dolore dell’anima. Quando lotti costantemente contro qualcosa che sai di non poter vincere, un momento di pausa e di sfogo emotivo, anche se condiviso con tiepide lacrime e voglia di arrendersi, diventa un dolce sollievo.

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In passato le persone mi hanno guardata con pietà, come se fossi un esserino fragile ed indifeso che ha bisogno di cure e deve essere protetto, dato che da solo non può farcela. In un certo senso avevano ragione perché, sì, a volte sono estremamente fragile e mi sento davvero quell’esserino indifeso e bisognoso d’aiuto, a volte vorrei semplicemente lasciarmi andare e smettere di lottare. Ma sapete cosa? Sono quell’esserino solo nei momenti in cui il dolore e la sofferenza raggiungono l’apice, in tutti gli altri giorni della mia vita io sono quella che si è tirata fuori dalla depressione senza l’aiuto di nessuno, sono quella che si è fatta operare alla testa otto maledette volte ed è ancora qui a parlarne, quella che non poteva studiare al liceo perché “handiccappata” ma che poi ha preso un diploma al Liceo Classico dimostrando il suo valore, sono quella su cui i medici scommettevano, dandomi sempre per perdente, sono quella che non può fare attività fisica per nessun motivo poiché questa aumenta il dolore eppure sono quella che va a correre ogni volta che può, sono quella che ha guardato negli occhi la morte e le ha detto di tornare un’altra volta, più avanti nel tempo, sono quella che ha dovuto rinunciare a tutto ciò che amava e che, quindi, ha cominciato ad amare tutto ciò che le veniva offerto, sono quella che dell’impossibile ha fatto la sua sfida più grande. E ancora, al tempo stesso, io sono quella che è stata umiliata, insultata e sconfitta, sono quella che ha invocato la morte e sono quella che ha provato ad arrendersi tante, tantissime volte, sono quella che spesso ha pensato di non valere nulla, che era convinta di non meritare di vivere ed essere felice.

Molte volte mi sono domandata: “perché continuare a lottare?” Non ho mai pensato a darmi una risposta, spesso le persone si pongono queste domande retoriche per illudersi che un aiuto o una risposta possano magicamente arrivare sotto forma di mirabile visione celestiale. Nell’ultimo periodo, però, dovendo fare i conti con una realtà quotidiana assolutamente differente da quella dei miei coetanei, mi sono concentrata sul rispondere a questa domanda che torna a tormentarmi ogni volta che il dolore diventa insopportabile. Ed incredibilmente ho scoperto che la risposta era evidente, banalmente semplice: non sopporterei mai di far vincere la malattia. Può costringermi al dolore, può sferrarmi colpi micidiali, può abbattere le mie difese e se vuole può persino lasciarmi allo stremo delle forze, disperata e morente sul ciglio di una strada; ma io sarò sempre lì, pronta a rialzarmi, pronta a dirle: “tutto qui quello che sai fare?”

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Il dolore, i problemi di memoria, le difficoltà motorie, gli attacchi di panico, la sofferenza del non riuscire mai a fare ciò che si vuole e lo stato di continua confusione non sono la parte peggiore. La parte peggiore è dover combattere contro il tuo corpo che ti tradisce, contro qualcosa che hai imparato ad amare e sai di non voler distruggere, mai, contro qualcosa che senti di dover proteggere ad ogni costo nonostante sia il primo a renderti la vita così sfiancante. La parte peggiore è sapere di essere in grado di fare tutto, ma di riuscire a fare ben poco. Il dolore più grande non è dato dalla testa che sembra sul punto di esplodere, ma dalla consapevolezza che, magari, un giorno sei in grado di correre e di scalare una montagna e quello dopo non riesci nemmeno ad alzarti dal letto. Quindi sì, cara malattia, diventa sempre più difficile accettarti e convivere con la tua fastidiosa presenza. Ma sai cosa? Io sono ancora qui a lottare e continuerò a farlo ogni giorno della mia vita.”