Nove mesi

Nove mesi.
Il tempo di una gravidanza.
Un conto alla rovescia è ciò che mi rimane per poter essere dichiarata definitivamente guarita dal cancro.
Sembra incredibile anche solo pensarci.

Finita la chemioterapia, se hai un linfoma come il mio, ci vogliono 5 anni di remissione per essere considerati effettivamente guariti dalla malattia. Cinque anni che, alternativamente, mi sono sembrati durare pochi istanti e un’eternità intera. A volte il tempo sembrava essere sospeso, bloccandomi in un limbo di sofferenza che aveva il sapore di una condanna senza scampo, altre volte invece sembrava scorrere terribilmente veloce e quasi non facevo in tempo a metabolizzare i risultati di una visita di controllo che già era il momento per quella successiva. Una montagna russa di emozioni e sensazioni, che a volte sono stata in grado di gestire ed altre volte no.

Il tempo però scorreva, inesorabile.
E ora mancano nove mesi.
Un numero di mesi che corrisponde al tempo che ci mette un essere umano a formarsi e a diventare tale, dal concepimento alla nascita. Se ci penso mi viene da sorridere, perché effettivamente questi ultimi mesi porteranno davvero ad una nascita.
La mia.
La nascita di una Elena radicalmente diversa da quella di cinque anni fa, una Elena che, seppur con tutte le sue insicurezze, ha trovato una voce e non si accontenta più del dietro le quinte. Una Elena che vuole vivere a pieni polmoni, senza freni, senza paure, con tutta sé stessa, senza sprecare neanche un secondo di felicità, ingorda di vita e di esperienze.

In questi anni mi sono presa tutto il tempo di cui avevo bisogno per metabolizzare, per capire, per accettare, per dire addio, per imparare e per guarire. Il cancro mi ha messa davanti ad uno specchio e, senza nessuna pietà, mi ha costretta a fare i conti con me stessa.
La considero un’opportunità di inestimabile valore perché tutta la sofferenza, il dolore e la paura degli ultimi anni mi hanno insegnato i valori più preziosi della vita.
E sono insegnamenti che terrò con me ogni singolo istante.

Quindi oggi parte il countdown: nove mesi.
Il tempo di una gravidanza.
Il tempo di rinascere più forte di prima.

A modo mio

Domani è giorno di PET e, come sempre, questo esame si porta appresso un carico enorme di aspettative, di paure e di speranze.

È una delle giornate che più mi mettono ansia, persino più di quelle in cui dovevo fare chemioterapia.

Questo perché la PET è una sentenza.
Non importa il verdetto, che sia positivo o negativo, le sorti -e le conseguenze- saranno una spada di Damocle a pendermi sulla testa.

Se la sentenza sarà positiva, infatti, significa che qualcosa è ripartito e in quel caso la procedura non sarà nuova: terapie, forse un trapianto, sicuramente tanto dolore.

Ma la se la sentenza sarà negativa, nel mio caso, non ci saranno festeggiamenti. Il motivo è semplice: sto male. Sempre di più. E se la PET sarà negativa vorrà dire che, ancora una volta, i medici mi hanno indirizzata verso l’esame sbagliato per comprendere cosa mi sta succedendo. Vorrà dire che dovrò ricominciare da zero, senza teorie e senza aiuti, per cercare di comprendere questi maledetti sintomi che mi stanno distruggendo.

Domani, quindi, sarà giorno di sentenza. E comunque vada sarà dura affrontare il futuro che mi aspetta.
Ma io non mi arrendo. Non lo farò mai. Perché quel futuro voglio viverlo, mi appartiene e lo pretendo.

Quindi continuo ad andare avanti, un passo alla volta, con la paura nel cuore ma un sorriso sulle labbra a darmi la forza. Perché anche nelle difficoltà voglio vedere la luce, la bellezza e la bontà. Voglio vivermela alle mie regole, questa sofferenza.
Sorridendo alla vita.

Di crolli e di paure

Questa settimana non è stata affatto facile. Oltre al dolore terribile alla schiena, che non passava neanche con i farmaci oppiacei, il fatto di essere stata costretta ad assumere nuovamente quella tipologia di farmaci mi ha destabilizzata. Dovevo inoltre fare i conti con la paura per i risultati della biopsia e tra una cosa e l’altra non ce l’ho più fatta.

Avevo bisogno di crollare, di lasciarmi avvolgere dalla disperazione e di leccarmi le ferite. Ed è quello che ho fatto. Ho permesso alla mia mente di lasciarsi andare, cosa che cerco di non fare mai. Ho pianto, mi sono arrabbiata, mi sono rannicchiata su me stessa e infine mi sono perdonata. Sì, perché quando vivi certe situazioni finisci per sentirti in colpa per ogni decisione che prendi e per ogni scelta che non fai. Perdonarsi è quindi importante, perché significa comprendere che i gesti compiuti avevano l’obiettivo di tenerti in piedi, di aiutarti ad andare avanti, e che quindi andavano bene così.

Non è un caso se mi sono concessa di crollare proprio in questo momento. Il fatto è che questa è l’ultima volta in cui posso farlo, prima della guerra. Sia che la recidiva venga confermata sia che venga smentita, mi attenderanno mesi lunghi e sfiancanti, fatti di ricoveri che sembreranno non finire mai e di esami che mi metteranno duramente alla prova. Sarà tosta ed io dovrò essere forte, non ci sono alternative. Durante la battaglia non potrò permettermi di cadere, mai. Dovrò essere pronta a combattere, pronta a difendermi, pronta a intercettare il nemico in qualsiasi veste si presenterà. Ecco perché mi sto lasciando andare adesso. Questo crollo è in realtà qualcosa di immensamente positivo, perché significa che mi sto preparando a combattere. E se mi sto preparando a combattere, vuol dire che non ho proprio alcuna intenzione di arrendermi.

Anche se il timore avrà sempre più argomenti, tu scegli sempre la speranza.

Seneca

TAC

Ho pensato a lungo a cosa scrivere. Ci sono tantissime cose che vorrei dire e un’infinità di argomenti che aspettano di essere affrontati, però mi rendo conto di non essere nelle condizioni di tirarli fuori. Il percorso che sto facendo con la psicologa mi ha dato il coraggio di affrontare traumi che avevo tentato in ogni modo di nascondere alla mia vista, di fatto negando a me stessa la possibilità di liberarmi di tanti pesi. Questi mi avevano trascinata a fondo, senza che neanche me ne accorgessi. Non è stato facile riportare a galla certi tormenti del mio passato e ne sto affrontando le conseguenze. Non è facile nemmeno adesso, ma è un cammino necessario per potermi finalmente liberare dalla loro presa.

Oggi ho fatto la TAC. L’agitazione e l’ansia che ho provato nelle ultime due settimane è stata a tratti insopportabile. I risultati non ci sono ancora ma gli oncologi hanno deciso di anticipare la visita medica, quindi la prossima settimana avrò finalmente una risposta. È un sollievo immenso sapere di non dover aspettare altri venti giorni per avere i risultati, l’attesa è forse la parte più difficile. Mille pensieri vorticano senza sosta nella mia mente e fermarli è impossibile. Nonostante la mia buona volontà ho pensato centinaia di volte a tutti i risvolti negativi che potrebbe avere questa malattia. Nonostante ciò, sto cercando di rimanere positiva e di non perdere il mio sorriso: è lui a tenermi in piedi e a non permettermi di mollare, è lui il mio centimetro di libertà. Come diceva Valerie nel capolavoro cinematografico V per Vendetta: “tutto di me finirà, tutto, tranne quell’ultimo centimetro. Un centimetro… è piccolo, ed è fragile, ma è l’unica cosa al mondo che valga la pena di avere. Non dobbiamo mai perderlo, o svenderlo, non dobbiamo permettere che ce lo rubino.”

Lotterò per quel centimetro e mi impegnerò a proteggerlo, ad ogni costo. È lui a darmi la forza per andare avanti, è lui a ricordarmi i mille motivi per cui vale la pena combattere e non arrendersi mai.

PET

Ieri ho fatto la PET. L’ultima, stando al programma. Avevo già preparato il post da far uscire, ricco di metafore positive e finalmente un lieto fine. Eppure la vita non segue i piani, soprattutto quando si parla di malattia. A volte, la fine, non solo non è lieta: non c’è proprio.

Dopo l’esame di ieri avrebbero dovuto dirmi “è andata, il tumore non c’è più”. Tuttavia, ho dovuto fare l’esame due volte perché volevano ricontrollare l’addome. Potevo sentire la tensione nell’aria: quando nella stanza cala il silenzio, bloccando il borbottio diffuso, non è mai un buon segno. “Sei solo paranoica” mi sono però detta, ignorando la sgradevole sensazione che ti stringe lo stomaco quando sai che qualcosa non va. La conosco bene quella sensazione eppure continua a cogliermi impreparata. Sono tornata nella mia stanza e dopo una ventina di minuti è arrivata la dottoressa: ma non era sola, accanto a lei c’era il primario. “Merda” ho pensato. A quel punto non potevo più fuggire dalla realtà. Sapevo cosa stavano per dirmi quindi ho sfoggiato il migliore dei miei sorrisi per proteggermi dalle parole che stavano per uscire dalle loro bocche. “C’è un’iperfissazione elevata nell’ilo splenico”.

Non scenderò nei dettagli. Semplicemente, a differenza dei due esami precedenti, quest’ultimo è risultato positivo. C’è qualcosa che non va nella zona addominale, probabilmente la milza. Solo la TAC potrà dire cos’è, la farò tra due settimane e a quel punto capirò cosa mi aspetta. Potrebbe semplicemente trattarsi di un’infiammazione ma di nuovo, come lo scorso febbraio, potrebbe essere “tutto o niente”. Non dirò che non me l’aspettavo, sarebbe una bugia. C’è un motivo se sono fuggita al mare, se chiamavo questa PET la “sentenza“, se ho sepolto il cellulare nella borsa invece di chiedere a mamma di farmi tremila foto. Conosco il mio corpo. Sapevo che qualcosa non andava, indipendentemente dalla gravità del problema. Riconosco i campanelli d’allarme. Ancora non posso dire cosa dovrò affrontare, se una semplice infiammazione o qualcosa di più grave. Ma non mi faccio intimidire. “A schiena nuda contro il destino”, ha detto la mia migliore amica qualche giorno fa. E a schiena nuda lo affronterò.