
La mente galoppa, mentre le mie braccia vengono bucate da mille aghi.
Quelli di oggi e quelli di ieri.
Nella mia mente si accavallano immagini, ricordi, e all’improvviso questo letto d’ospedale in cui sono sdraiata è lo stesso di altri centinaia di letti in cui ho dormito.
Mentre mi rigiro tra le lenzuola bianche cerco di accogliere il passato, di abbracciarlo e di dargli voce. Lacrime scendono sulle guance, angoscia pesa sul petto.
I volti dei medici che hanno abusato della mia carne sono impressi nella mia mente, in fila indiana, ordinati e composti. Nella mia mente tutto il resto è caotico, ma loro sono estremamente chiari.
Fa male vederli, fa male sentirne ancora la presenza alle mie spalle, al mio fianco, dentro di me. Vorrei scacciarli e lasciarli andare, ma il dolore che mi hanno causato e le aspettative disilluse che mi porto addosso sono troppo ingombranti, troppo terribili per essere semplicemente dimenticate.

Eppure è un lavoro che va fatto. Non per loro, cui spero solamente che non si trovino mai nella mia situazione e non debbano mai lottare per la propria vita andando contro un intero sistema, ma per me. Lo devo fare per me stessa, perché tutti i traumi che loro hanno causato mi hanno trascinata sul fondo e se non mi libero dal loro peso non mi resta che annegare.
Il Buddha diceva: “Niente se ne va prima di averci insegnato ciò che dobbiamo imparare”. Ed ecco perché accolgo questo dolore, ecco perché ne faccio tesoro, ecco perché lo stringo forte a me mentre urlo e piango, impedendogli però di scappare via.
Questo dolore mi sta parlando, vuole insegnarmi qualcosa. Quindi cerco di ascoltarlo, cerco di accoglierlo, di farlo mio. Sperando che mi liberi da tutto il male che ho dentro.
