Cercarsi e ritrovarsi

Ho ritrovato la felicità e poi mi sono resa conto che era sempre stata lì al mio fianco.
Era assopita sotto strati di stanchezza dell’anima ma non l’avevo mai perduta davvero.
Lei non se n’era mai andata, solo che per me era diventato difficile vederla: un po’ a causa del dolore incessante e della stanchezza di una vita complicata, un po’ perché ero abituata ad identificarla con un’emozione travolgente e significativa, legata ad avvenimenti straordinari ed inconsueti.

Ma è davvero questa, la felicità?
E se fosse invece il semplice benessere che deriva dallo star bene con sé stessi?

La calma che ti trasmette una mano stretta nella tua, un amore che ti ricorda che non sei sola, una parola dolce in un momento di sconforto, la gratitudine che provi ad ascoltare il tuo respiro ed il battito del tuo cuore, quel formicolio nella pancia quando il tuo cuginetto ti sorride e ti abbraccia forte, la bellezza degli alberi in fiore, una canzone alla radio cantata a squarciagola, il vento tra i capelli, la consapevolezza di esistere e di resistere in questo mondo strano e bellissimo.

La felicità forse è semplicemente vivere in armonia con sé stessi, con chi ci circonda e con il mondo che ogni giorno ci accoglie, con il sorriso sulle labbra e la gratitudine nel cuore.
Che sembra banale, ma è una scelta che dobbiamo fare ogni giorno.
Ed io ogni giorno la farò.

La forza dell’amicizia

La paura a volte è talmente forte da paralizzarti, da raggelarti sul posto senza che tu riesca più neanche a muovere un muscolo. Sbloccarsi non è facile. Quando stai male, poi, e la tua paura è quella di stare ancora peggio, liberarsi diventa un’impresa titanica.

Negli ultimi mesi è questo che mi è successo. Ero terrorizzata, pietrificata dalla paura di peggiorare i miei sintomi facendo qualsiasi tipo di sforzo. Il dolore mi ha catapultata in un circolo vizioso da cui non sapevo più come uscire. Ho smesso di vedere gli amici, ho smesso di andare in centro, di uscire la sera, persino di fare la spesa. I rider di Deliveroo ormai mi chiamano per nome e mandano le loro figlie a fare le consegne perché “vogliono vedere la ragazza colorata”. (Almeno con i vestiti cerco di tener viva la brace della mia personalità).

Ho perso la voglia di fare qualsiasi cosa. La motivazione è sparita, vado avanti per inerzia: senza alcuno stimolo, senza speranze.
Lavoro, poi mi riposo e la mia giornata finisce così. La monotona quotidianità è rassicurante, ma abituarti ad essa ti può distruggere.

Poi un giorno questa persona speciale nella foto mi ha detto di scegliere un giorno della settimana in cui me la sentivo di uscire, perché da quel momento in avanti mi avrebbe portata fuori ogni settimana. Sia che fosse per un’ora sia che fosse per dieci minuti o solo per fare un giro in auto.
Da quel momento qualcosa è scattato dentro di me e tutto è cambiato.

Mi sono resa conto che stavo aspettando di stare meglio per vivere la vita come volevo, ma più aspettavo e più la vita mi scivolava via dalle mani.
Ora me la sto riprendendo. E magari ci vorrà del tempo, ma so che questa è la strada giusta.

La vita è qui ed ora.
Grazie Simo per avermelo ricordato.

Vita a due ruote motrici

Infine la carrozzina è arrivata.

Pensavo che mi sarei sentita umiliata, come se di nuovo fossi inferiore a chi sta bene e della carrozzina non ha bisogno –ma poi ‘sta cazzata chi è che l’ha detta? Mi rendo conto di avere dell’abilismo interiorizzato e mi sembra pura follia, visto che sono disabile da più di dieci anni. Eppure, a volte, ancora mi sembra di essere sbagliata, difettosa, di non andare bene. L’ideale di perfezione e sanità per me è ben lontano dal poter anche solo essere preso in considerazione, ma alla fine cosa vuol dire perfezione? Cosa vuol dire essere sani? Sono domande a cui pensavo spesso, in passato, ma che da qualche mese ho deciso di buttare alle ortiche. La perfezione non esiste e la salute è talmente effimera, momentanea e personale da non avere parametri che si adattino a tutti. Mi fa sentire bene sapere che, in un mondo che ci vuole inscatolare dentro un’etichetta imposta e ben calcolata, chi sono non può essere classificato secondo un unico criterio.

Eppure sedendomi su quella carrozzina -la mia carrozzina- non mi sono sentita inferiore, sbagliata o difettosa. Mi sono sentita forte. Innanzitutto perché ho capito che da sola non ce la facevo più e ho chiesto aiuto, che può sembrare scontato ma da testarda quale sono non lo è affatto, ma soprattutto perché grazie a questa carrozzina sarò in grado di fare qualcosa anche nei miei momenti no. Mi darà indipendenza quando le gambe non riusciranno a reggermi, mi darà altro tempo a disposizione quando sarò così stanca da voler tornare a casa, mi darà la capacità di uscire senza dovermi preoccupare di non essere in grado di fare quelle quattro commissioni settimanali che adesso mi mettono ansia con giorni d’anticipo e mi mandano in burnout.

Riavrò un po’ di libertà.

Riavrò un pezzo di me stessa.

E prima o poi riuscirò a mettere insieme tutti questo pezzetti e a ricostruirmi come dico io.

Doccia

Uscire dalla doccia e controllare il mio corpo è diventata una routine alla quale non posso sottrarmi. È qualcosa di cui farei volentieri a meno, ma a cui tuttavia ho deciso di dedicare le mie cure ed il mio amore.

Sono grata del mio corpo ogni giorno. Lo sono perché, nonostante tutto il dolore cui è costantemente sottoposto, mi permette ogni mattina di affrontare una nuova giornata. Ce la mette proprio tutta nel darmi un po’ di energia per occuparmi delle mie cose, come appunto farmi una bella doccia, o cucinare un piatto caldo o ancora chiacchierare al telefono con il mio ragazzo. Sono tutte energie preziose che accolgo con gratitudine, consapevole che sono state sottratte alla lotta quotidiana che il mio corpo cerca di vincere contro, beh, sé stesso.

Avere delle malattie croniche significa questo. Accettare e accogliere ciò che mi viene concesso ogni giorno, cercando di porzionare le energie, come si farebbe con un Pandoro quando tutti ne vogliono un pezzetto.

Controllare il mio corpo è anche diventato il mio compito, la mia missione. Ma controllare non significa osservare, cercando di apprezzarmi, non significa trovare i punti di forza o i difetti. Controllare il mio corpo significa analizzarlo, scrutare ogni minimo dettaglio alla ricerca di segnali di pericolo. Significa contare i lividi sul corpo, aggiornando il diario del dolore in modo da avere delle statistiche da tenere sotto controllo, in modo da poterle segnalare, così, giusto in caso che serva. Significa controllare le macchie e massaggiare il proprio corpo per trovare le zone che fanno più male, cercando di capire a quale dolore dare la priorità quel giorno. Significa palparsi i linfonodi del collo, quelli sotto le ascelle, quelli dell’inguine, alla ricerca di gonfiori anomali da riportare al medico. Significa essere la sentinella del proprio corpo, vigilando su di esso e proteggendolo da ogni pericolo. Sperando, ovviamente, che di pericoli non ne arrivino mai.

È questa la mia routine, il mio compito, la mia responsabilità. È qualcosa di cui farei volentieri a meno, ma a cui tuttavia ho deciso di dedicare le mie cure ed il mio amore.